Dr Doom Roubini avverte su quello che è il vero grande rischio legato a guerra Iran
Fonte immagine: Istock
La guerra tra Stati Uniti e Iran rischia di trasformarsi in uno shock macroeconomico globale, con effetti che vanno ben oltre il rialzo del petrolio. A lanciare l’allarme è l’economista Nouriel Roubini, che individua nel conflitto un potenziale detonatore di inflazione persistente e crescita in rallentamento.
Nouriel Roubini indice tre scenari per l’inflazione
Secondo Roubini, noto come “Dr Doom” per la sua previsione del crollo del mercato immobiliare del 2008, lo shock energetico rappresenta il principale canale di trasmissione che può arrivare a stravolgere le prospettive economiche. Il balzo del petrolio alimenta un aumento diffuso dei prezzi, rendendo più difficile per le banche centrali tagliare i tassi e, anzi, aumentando il rischio di strette monetarie.
Uno scenario che si inserisce perfettamente nella sua storica previsione di “stagflazione prolungata”: crescita debole e inflazione elevata, aggravate da shock geopolitici e vincoli sull’offerta.
“Esistono tre tipi di inflazione. Il primo si verifica quando c’è un aumento temporaneo del livello dei prezzi che poi si attenua. Il secondo si ha quando c’è un aumento permanente del livello dei prezzi, ma le aspettative di inflazione non sono ancorate. Il terzo si ha quando c’è un aumento del tasso di inflazione e delle aspettative di inflazione”, ha affermato il professor Nouriel Roubini alla trasmissione Opening Bid di Yahoo Finance.
“Nei primi due casi – prosegue l’economista – la risposta ottimale è aspettare e vedere, mantenendo la situazione invariata, senza tagliare né aumentare i tassi di interesse. Ma se le aspettative di inflazione si stabilizzano, la Fed, o qualsiasi altra banca centrale, è costretta ad aumentare i tassi di riferimento. Altrimenti, si assiste a un aumento permanente delle aspettative di inflazione. Quindi non sappiamo ancora se ci troveremo in questo terzo scenario. Dipende da quanto durerà la guerra e per quanto tempo i prezzi del petrolio rimarranno ben al di sopra dei 100 dollari al barile”.
Shock energetico globale
I dati più recenti confermano la portata del fenomeno. Il conflitto ha generato una delle più grandi interruzioni dell’offerta petrolifera della storia, con cali produttivi fino a 10 milioni di barili al giorno e prezzi del Brent sopra i 100 dollari.
La chiusura o il rischio di blocco dello Stretto di Hormuz – da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale – rappresenta il vero collo di bottiglia dell’economia globale, con effetti a catena su energia, trasporti e industria.
Crescita sotto pressione e mercati nervosi
Le prime ricadute sono già visibili: rallenta l’attività economica, mentre i costi energetici più elevati comprimono margini e consumi. Negli Stati Uniti, il settore dei servizi ha mostrato segnali di indebolimento e le aziende iniziano a trasferire i rincari sui prezzi finali.
Allo stesso tempo, i mercati finanziari stanno reagendo con volatilità: rialzo dei rendimenti obbligazionari (il Treasury a 10 anni ieri si è spinto fino al 4,4%) è sentore di crescente incertezza sulle mosse delle banche centrali, con la prospettiva di una Fed meno accomodante che è sempre più concreta.
Il vero nodo: la durata del conflitto
Il punto chiave, sottolinea Roubini, resta la durata della guerra. Uno shock temporaneo potrebbe essere assorbito, ma un conflitto prolungato rischia di innescare un ciclo negativo fatto di inflazione alta, politiche monetarie restrittive e crescita stagnante.
In altre parole, il mercato potrebbe sottostimare la portata del rischio: non solo un picco del petrolio, ma un cambio strutturale dello scenario macro globale.