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Brexit, sì Westminster a emendamento Letwin fa saltare di nuovo tutto. Il caso delle lettere di Boris Johnson

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E così il sì all’emendamento Letwin fa saltare di nuovo tutto: c’è chi parla di trappola parlamentare, di ennesimo tentativo di far deragliare la Brexit, di battaglia personale contro Boris Johnson. Sicuramente, in questo momento, diversi sono i parlamentari del suo stesso partito (dei Tories), sul cui sostegno il premier britannico non può contare.
D’altronde, non pochi conservatori erano stati espulsi dal gruppo parlamentare: 21 ribelli, per l’esattezza, che avevano votato contro il governo Johnson all’inizio di settembre e che erano stati fatti fuori dal partito dei Tories. 21 ribelli che sono tornati a far sentire la loro voce per scongiurare – così dicono – il rischio di una Hard Brexit nonostante l’accordo raggiunto lo scorso 17 ottobre tra Bruxelles e Londra su un nuovo Withdrawal Agreement (accordo di ritiro del Regno Unito dal blocco europeo).

Sabato 19 ottobre avrebbe dovuto essere il giorno cruciale del voto di Westminster su questa nuova intesa. E invece, colpo di scena: la Camera dei Comuni ha approvato l’emendamento Letwin, votato con 322 voti contro 306.
Presentato da Oliver Letwin, esponente dei Tories pro Remain che di recente era stato espulso dal gruppo parlamentare di Johnson, sostenuto dai Tories ribelli, l’emendamento ha chiesto il rinvio del voto sul nuovo accordo sulla Brexit raggiunto tra l’Unione europea e Londra due giorni prima.

Motivo: essere sicuri di scongiurare il rischio di una Hard Brexit, visto che ci sono ancora diversi cavilli legali da risolvere, stesse leggi da approvare, che vengono considerate propedeutiche al voto ( e che rappresentano l’intero pacchetto normativo sulla Brexit) sul Withdrawal Agreement. La paura dunque era – così, almeno in apparenza – quella di evitare che un eventuale sì all’intesa con l’Unione europea (già poco probabile, per il no previsto dal partito degli unionisti irlandesi DUP e ovviamente per quello delle opposizioni) potesse venir messo in pericolo dalla necessità di approvare altri corollari necessari comunque realizzazione del divorzio.
Il sì all’emendamento ha provocato il nuovo pandemonio Brexit e ovviamente, nuove reazioni di Boris Johnson che ha pure complicato una situazione di per sé ormai paradossale, inviando al Consiglio europeo due lettere:

La prima, non firmata, con cui ha chiesto l’estensione della data sulla Brexit; una seconda dell’ambasciatore britannico all’Ue, Tim Barrow, in cui si legge che la richiesta della proroga è stata strettamente legata all’approvazione del Benn Act, ovvero della legge anti-no-deal che obbliga il premier a chiedere una proroga di tre mesi all’articolo 50, in caso di mancato accordo con Bruxelles entro il 19 ottobre (accordo che c’è stato il 17 ottobre); una terza lettera in cui il premier Johnson chiede al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, di non accettare la richiesta di rinvio della Brexit.
Per la precisione nella prima lettera Boris Johnson ha informato il Consiglio europeo di Donald Tusk del fatto che “il Regno Unito sta chiedendo una ulteriore estensione al periodo concesso in base all’Articolo 50 del Trattato sull’Unione europea”, indicando che “gli UK propongono che questo periodo si concluda alle 11 pm GMT del 31 gennaio del 2020. Se poi i partiti fossero capaci di ratificare (l’accordo) prima di questa data, il governo propone che il periodo (di estensione) venga terminato prima”. Questa lettera di Boris Johnson, per l’appunto, non è firmata.
Nella seconda, il premier ha scritto (mettendo in copia anche il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, che “Sebbene sia decisione del Consiglio europeo accettare o meno la richiesta inoltrata dal Parlamento o offrire un periodo di estensione alternativo, sono stato chiaro, da quando sono diventato primo ministro, e così ho chiarito anche oggi al parlamento, che, a mio avviso, e secondo la posizione del governo, una estensione ulteriore danneggerebbe gli interessi del Regno Unito e dei suoi partner Ue, oltre alla relazione tra di noi”.
A seguito del nuovo caos Brexit nato con il colpo di scena dell’emendamento Letwin, la stampa britannica esprime tutta la frustrazione che si respira nel Regno Unito. I tabloid, in particolare, hanno evidenziato la lotta sempre più marcata in corso tra il Parlamento e il governo.  E così l’Express, parafrasando ‘How Dare You’ di Greta Thunberg, ha scritto: “How dare They”, ovvero “Come hanno osato”.
“How dare They”, ovvero “Come hanno osato”.


Non ha toni molto diversi il Daily Mail, che mette in risalto la proposta del leader laburista Jeremy Corbyn di lanciare un secondo refererendum.
Occhio intanto agli ultimi rumor riportati dal Times, secondo cui l’Unione europea concederà un ennesimo rinvio della Brexit dalla data di scadenza prevista il prossimo 31 ottobre fino a febbraio, se il premier britannico Boris Johnson non riuscirà a ottenere l’approvazione del suo accordo sul Withdrawal Agreement nel corso di questa settimana.
Il UK Times precisa che ogni eventuale rinvio sarebbe comunque flessibile , consentendo al Regno Unito di lasciare il blocco europeo anche in anticipo rispetto alla nuova data, per esempio il primo di novembre, o il 15 novembre, a dicembre o a gennaio, nel caso di approvazione prima della fine del periodo di estensione, nel caso di sì di Westminster.
Se poi i parlamentari riuscissero a imporre un secondo referendum sulla Brexit allora alcuni paesi, come la Germania, potrebbero spingere la data della Brexit fino a giugno del prossimo anno.