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Bitcoin non é morto, crolli mensili simili già visti tante volte. Per Medri (The Rock Trading) serve chiarezza su cosa sia una stablecoin (vera)

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Nell’ultimo decennio (2012-2022) il bitcoin,  la più longeva delle cripto, è cresciuta di oltre il 2000%. Non è stata una salita senza scossoni in quanto la volatilità ha spesso accompagnato la regina delle crypto.

Da inizio anno ad oggi, invece, il bitcoin ha lasciato sul terreno quasi il 60% del suo valore per effetto di una serie di eventi scatenanti. C’è da dire che il contesto è quello in cui il principale listino tecnologico globale, il NASDAQ, è sotto del 32% rispetto a gennaio e il FTSEMIB ha lasciato sul terreno un 20% abbondante. Un nuovo ‘inverno delle cripto‘, dunque, all’interno di un mercato Orso.

Non è il primo crollo

Quello che è successo nelle ultime settimane serve però a fare chiarezza: su quali sono i trigger che hanno innescato, le relative ragioni e dinamiche. Per prestare maggiore attenzione ai fisiologici problemi di una tecnologia nascente e farsi trovare più preparati alla prossima turbolenza che, ricordiamo, è la nota caratterizzante di questo mercato. Dal 2010 in poi bitcoin ha infatti perso oltre il 30% su base mensile ben 9 volte e oltre il 50% in sei mesi per 7 volte (il calcolo è stato effettuato prendendo a parametro le quotazioni di apertura in un mese, su quelle di apertura del mese successivo) scrive Andrea Medri, Founder & CFO di The Rock Trading.

La cronaca degli ultimi catalyst negativi

Tra il 9 e l’11 maggio 2022, Bitcoin ed Ethereum hanno raggiunto un prezzo al ribasso del 55% rispetto ai loro massimi ed è iniziato a serpeggiare il panico tra gli investitori. In particolare Bitcoin, la più resiliente tra le e-coin, ha visto scendere il suo prezzo sotto i 26 mila dollari, con un calo del 30% in 7 giorni. A scuotere il mercato è stato il tonfo della stablecoin algoritmica Terra (UST), non ancorata al dollaro tramite riserve, ma tramite un algoritmo di bilanciamento collegato ad un’altra cripto: Luna. Il fondatore di Terra-Luna Do Know aveva creato un fondo (Luna Foundation Guard) in cui aveva accumulato miliardi di dollari in bitcoin per sostenere UST in tempi di crisi. Nel momento in cui ha reso noto di aver venduto 80mila bitcoin (99% delle proprie riserve), dopo aver fallito nel difendere l’ancoraggio di UST a Luna, l’ecosistema Terra-Luna è crollato. Un altro grande evento che ha sfiduciato gli investitori cripto è stato l’annuncio del 9 giugno scorso dell’exchange Celsius, che ha interrotto i prelievi di criptovalute, a causa dell’estrema volatilità. Tutto ciò ha spinto bitcoin ben al di sotto i 22mila dollari, oltre il limite dei 20mila, il minimo dal dicembre 2020. A far cedere ulteriormente bitcoin, nel weekend del 18 e 19 giugno, si sono aggiunte la conferma delle potenziali perdite da parte dell’hedge Three Arrows e ulteriori spinte speculative di mercato.

Le stablecoin: cosa sono e a cosa servono

Le stablecoin sono criptovalute ancorate a una moneta avente corso legale (in passato, tipicamente, il dollaro), o ad un paniere di beni (fra cui, eventualmente, anche altre criptovalute) e potrebbero essere governate presto in Europa con una licenza similare a quella attualmente in possesso degli istituti di moneta elettronica (IMEL o EMI), grazie all’approvazione del regolamento Mica che introduce tue tipologie di token (gli asset-reference token e gli e-money token – entrambi riconducibili alla categoria delle stablecoin –) e le relative licenze per i soggetti che li emetteranno.

Il PEG deve essere verificabile e certificato, ed è questo che rende la valuta stabile: ne è un esempio Usdc che ha 50 miliardi di dollari come sottostante, depositati in banca e vigilati.

In generale, le stablecoin consentono di effettuare pagamenti: perché consentono il trasferimento di denaro da un punto a un altro senza passare dai circuiti tradizionali. Quindi rendono possibile il passaggio di denaro, stabile e non volatile com’è per le cripto speculative, da un wallet a un altro senza passaggi intermedi e con una modalità estremamente semplice ed efficiente.

Secondo una rilevazione di World Bank e Gallup, in Europa ci sono tra i 40 e i 50 milioni di persone unbanked, due miliardi in tutto il mondo: persone che non hanno alcun accesso ai servizi finanziari, ma hanno nella stragrande maggioranza dei casi, un cellulare. Si tratta di un “oceano blu” per le big tech che possono dare vita a una valuta in maniera più rapida e fluida rispetto a una banca centrale.

Una Google coin, una Amazon coin potrebbero essere adottate immediatamente da miliardi di persone, di ogni nazione e ceto sociale, e sarebbe ritenuta affidabile quanto la valuta di una banca centrale.

Ultimo, ma non meno importante, chi fa arbitraggio tra criptovalute ha necessità di trasferire fondi in maniera veloce ed efficiente e dunque usa preferibilmente le stablecoin.

Il bug di Terra (e di ogni stablecoin algoritmica) 

Terra, abbiamo detto all’inizio, è una stablecoin algoritmica, una categoria con forti debolezze intrinseche.

Il PEG – che si dichiara con il dollaro – si basa su un bilanciamento su altre criptovalute, in particolare bitcoin e su un algoritmo che ne determina il prezzo cercando di tenerlo ancorato al biglietto verde. E usa Luna, la coin gemella, come contrappeso. Aver scelto di garantirsi con il sottostante di un asset altamente volatile ha lasciato un portone aperto agli speculatori spregiudicati con grande disponibilità finanziaria. Questi speculatori sono andati short su bitcoin per un valore di 4 miliardi di dollari (circa 100mila bitcoin) e su Terra (dove gli speculatori hanno contemporaneamente acquistato Luna over the counter, direttamente dal fondatore).

Gli algoritmi si sono avviati per cercare di bilanciare il sistema ma sono crollati.

Con il senno del poi sembra un esito quasi prevedibile.

Uno squarcio aperto sulla DeFi

Questo evento ha consentito, non senza traumi, di aprire gli occhi sul futuro delle cripto e in particolare sul mondo DeFi. Che si basa anche sulle tecnologie blockchain di terza generazione nelle quali esistono diversi buchi, com’è normale che sia in un universo nascente e in evoluzione.

La finanza decentralizzata – che pure crediamo abbia un potenziale elevatissimo e apre a scenari che neppure siamo in grado di immaginare oggi – è altamente rischiosa. E vale la pena maneggiarla con maggior cura di quanto non si consigli comunque per le cripto di prima generazione (bitcoin) e di seconda (ethereum e collegate). Ancora, e sempre di più, date le nuove variabili e dinamiche innescate vale, per questa asset class, la raccomandazione che è sempre valsa: investire una piccola frazione del nostro patrimonio complessivo; quella che possiamo permetterci di tenere vincolata nel lungo termine o perdere.