Notizie America’s Cup, tra barche e affari il circo del mare prende il via

America’s Cup, tra barche e affari il circo del mare prende il via

A Valencia tutto è pronto per il colpo di cannone che il 16 aprile darà il via alla 32^ America’s Cup, la più antica e prestigiosa competizione velica del mondo, con le fasi eliminatorie della Louis Vuitton Cup..
Una manifestazione che negli ultimi 20 anni ha saputo rinnovarsi, trasformandosi da prestigiosa competizione per pochi appassionati a evento mediatico di portata mondiale. I soldi, quelli, non sono mai mancati. Da quando Sir Lipton, proprio quello del famoso the inglese, a inizio secolo ha tentato invano innumerevoli volte di conquistarla inutilmente, fino ad oggi sono stati molti i paperoni che hanno gettato al mare milioni di dollari per portarsi a casa l’ambito trofeo. Ma la vela, si sa, è sport costoso, tanto che un famoso adagio da banchina recita che le barche sono degli enormi buchi nell’acqua dove gettare i propri soldi.


La brocca d’argento messa in palio ogni quattro anni è stata a lungo di dominio inglese e poi statunitense, fino a quando prima gli australiani e poi i Neozelandesi hanno saputo rompere questo oligopolio. Nel 2003, la svolta, con la vittoria dello svizzero Ernesto Bertarelli, patron di Serono, capace di regalare la Coppa America a un paese che non è nemmeno bagnato dal mare.



Per vincere servono cifre da capogiro


Un’impresa storica ma altrettanto costosa. Bertarelli, che per la sua avventura non ha prelevato nemmeno un franco svizzero dalle casse della sua società quotata in borsa, ha dovuto sborsare oltre 100 milioni di euro in quattro anni circa. In larga parte, certamente, coperti dai ricchi sponsor, ma in buona parte anche dalle proprie tasche. E sono proprio gli sponsor a farla da padrone. Ormai la Coppa America è un evento organizzato attorno a loro, a loro uso e consumo, oltre che per il piacere di questi ricchi armatori.


Vincenzo Onorato, patron della Moby lines, e numero uno del team Capitalia-Mascalzone Latino, in un recente incontro con la stampa è stato molto chiaro: “Senza l’aiuto economico delle aziende che ci affiancano in questa avventura, la stessa Coppa America non potrebbe esistere”. Una dichiarazione che lascia ben intendere che, secondo Onorato ma non solo, ormai la Coppa America costa troppo, e che i team minori faticano a stare al passo di grandi, i quali dispongono di budget che ormai superano ampiamente i 120 milioni di euro. E’ esemplificativo quello che Larry Allison ha risposto a Auckland, nel 2003 in Nuova Zelanda, a un giornalista che durante la finale contro Alinghi gli chiedeva la vera entità del budget del suo team Oracle-Bmw: “Ora siamo in finale, non abbiamo alcun tetto massimo di spesa. Se ci serviranno altri soldi per vincere li avremo”.



I vantaggi di un investimento atipico


Ma qual è il vantaggio di spendere così tanti soldi? Oggi la Coppa America, per volontà di Alinghi e di Bertarelli, è una vera e propria azienda. La manifestazione  è gestita dall’Ac management, che fa capo proprio agli svizzeri ai quali in qualità di detentori del titoli spetta l’organizzazione dell’attuale edizione, alla quale spetta il compito di vendere i ricchissimi diritti televisivi e tutti i diritti di sfruttamento di immagine della Coppa America. Difficile, se non quasi impossibile dire quanto valga l’intero giro d’affari. La televisione La7, ad esempio, ha pagato i soli diritti tv di trasmissione delle regate in esclusiva per l’Italia oltre 3 milioni di euro. Ma c’è da scommetterci che alla fine sarà un buon affare per l’Ac Management e i suoi soci.


Il ritorno per chi investe in immagine in Coppa America è però assicurato. Come ha avuto modo di ripetere più volte il patron di Prada, Patrizio Bertelli, il quale ha spiegato come il marchio Prada proprio grazie all’America’s Cup abbia goduto negli anni di una campagna pubblicitaria senza paragoni, e soprattutto senza prezzo. Grazie infatti alla straordinaria copertura dei media, e all’ormai globale eco della manifestazione, i marchi che compaiono sulle barche beneficiano di ampi spazi su Tv e giornali, così come su Internet.
Anche Vincenzo Onorato, che ha trovato nella banca Capitalia il suo principale sponsor, è della stessa idea. Secondo Onorato la Coppa America non è eguali in termini di ritorno di immagine e investimenti, parlando di sport non popolari come può essere il calcio.



Una coppa sempre più italiana


L’impronta italiana nell’America’s Cup è recente, ma del tutto indelebile. Negli anni ’80 lo Yachting club Costa smeralda è stato il primo a tentare la grande avventura, in un periodo in cui contavano più i soldi dell’armatore che non quelli degli sponsor. Dopo la famosa Azzurra e la più sfortunata Italia, è stata la volta del Moro di Venezia, voluto fortemente da Raul Gardini quando era a capo della Montedison, e l’Italia faceva paura alle grandi multinazionali chimiche di mezzo mondo. Milioni di Italiani seguirono le gesta di Paul Cayard e Raul Gardini, stando svegli fino a notte fonda a causa del fuso orario con San Diego dove si svolgevano le regate.


Dopo qualche anno la passione si è riaccesa grazie a Luna Rossa, la barca del team Prada, grazie alle quali gli italiani hanno riscoperto lo stesso entusiasmo mostrato per il Moro fi Venezia. Senza dimenticare Mascalzone Latino, che dopo un’edizione da apprendista, ora fa sul serio e non nasconde sogni di gloria. Ma in Coppa America sono davvero tintigli italiani, sparsi nei vari team. Lo stesso Ernesto Bertelli è di origini italiane, nonostante il suo passaporto svizzero. Sulla barca del team sudafricano Shosholooza, è imbarcato l’ottimo Tommaso Chieffi, affiancato da Paolo Cian e da Pierluigi Fornelli. Sempre su Alinghi è imbarcato l’italiano Rapetti, il cui sponsor  tecnico North Sails fa capo all’italiana Tomasoni,  e il team Mascalzone latino è quasi interamente composto da connazionali. 
(articolo in aggiornamento)