Btp e spread, addio giorni di gloria. Salasso costo debito per Giorgetti e lo spauracchio 2027
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La calma regna sul mercato obbligazionario che si è ormai da tempo lasciato alle spalle le tensioni di marzo/aprile, con la guerra in Iran che aveva acceso le tensioni legate al nodo inflazione.
Bond con il fiato corto
Nonostante le acque relativamente tranquille, il rendimento del Btp viaggia in questo primo scorcio di secondo semestre in area 3,7%, non così lontano dai picchi in area 4% toccati nella parte finale di marzo. Lo stemperarsi delle tensioni legate al Medio Oriente e la conseguente ridiscesa dei prezzi del petrolio ai livelli pre-guerra non ha cancellato le conseguenze di breve-medio periodo del conflitto. La Bce ha già azionato la leva della politica monetaria con una prima stretta sui tassi a giugno e le attese sono per un’ulteriore mossa in autunno. Prospettive che non lasciano spazio a una discesa marcata dei rendimenti. Allo spesso tempo lo spread Btp-Bund, riuscito a mantenersi sotto quota 100 nei momenti di maggior tensione, staziona in area 77 pb, ancora ben lontano dai minimi in area 60 toccati a inizio anno.
L’ultimo report trimestrale di UniCredit sulle prospettive dei mercati descrive un contesto per i mercati obbligazionari europei caratterizzato da rendimenti relativamente stabili sui Bund, uno spazio limitato per un ribasso significativo dei tassi nominali a causa della cautela delle banche centrali, e un differenziale Btp‑Bund atteso intorno ai 70 punti base, con implicazioni concrete per il costo del debito pubblico italiano.
Se da un lato la firma del memorandum tra Usa e Iran hanno ridotto il rischio di shock prolungati sui mercati energetici, facendo diminuire il premio per il rischio legato all’energia e contribuendo a un allentamento dei rendimenti governativi europei, dall’altro la politica monetaria della Bce dovrebbe rimanere “hawkish”. Le stime di Unicredit sono di un solo ulteriore rialzo dei tassi a settembre, il che limita la potenziale discesa dei rendimenti core (Bund) nel breve termine.
Bund decennale inchiodato il 3%, ecco perché
I Bund a 10 anni si sono stabilizzati intorno al 3% e UniCredit ritiene che ci sia poco spazio per un rally significativo dei titoli di Stato core, per quattro ragioni principali: prezzi dell’energia non destinati a scendere molto oltre, retorica ancora restrittiva della Bce, ampia emissione di debito e forte appetito per asset a rischio.
Per gli Stati Uniti, il Treasury è visto attorno al 4,5% e il posizionamento fiscale statunitense aumenta i rischi sul lungo termine.
Btp senza sprint
UniCredit, come detto, non vede al momento spazio per un rally dei Btp e quindi anche per lo spread non sono attesi scossoni con differenziale a circa 70–76 bp nel corso dei prossimi trimestri. La cosiddetta “convergence trade” (compressione dello spread) che aveva sostenuto il rally dei Btp alla fine del 2025 appare sospesa. La Bce più aggressiva, l’incertezza economica e il calendario politico italiano (elezioni politiche nel 2027) riducono la probabilità di ulteriori compressioni dello spread a breve.
Tre rischi su Btp e spread
Una nuova escalation nello Stretto di Hormuz o una ricomparsa di shock energetici riaprirebbe il premio per il rischio e potrebbe spingere rendimenti e allo stesso tempo spread più alti. Lo stesso dicasi se la Bce dovesse mantenere un tono più restrittivo del previsto, i rendimenti core potrebbero restare elevati e limitare i guadagni da rally sui Btp; al contrario, una disinflazione più rapida aprirebbe spazi per riduzioni dei tassi e compressione degli spread. Unicredit accenna anche a rischi fiscali e politici interni: sforamenti di bilancio o incertezza elettorale il vista delle politiche 2027 possono amplificare la volatilità dello spread.
Tassi più alti non fanno sorridere Giorgetti
L’aumento dei rendimenti e l’indicazione di un costo del debito più alto implicano un aumento della spesa per interessi: UniCredit stima che la spesa per interessi del governo italiano salga significativamente nel 2026, con un’incidenza sui conti pubblici cresciuta rispetto al 2025 e un tasso implicito del debito in aumento (implicit interest rate stimato a 3,1% vs 2,9% in 2025).
Nonostante l’aumento degli interessi, l’Italia dovrebbe comunque riuscire nell’obiettivo di deficit 2026 sotto la soglia del 3% (proiezione di deficit attorno al 2,9% del Pil) grazie anche alla fine delle misure di sostegno energetico a luglio.
Più Btp nei portafogli bancari
Quest’anno, intanto, si sta confermando la tendenza delle banche italiane di aumentare gli acquisti di Btp. Secondo il Centro studi di Unimpresa, che ha analizzato dati statistici della Banca d’Italia, gli istituti di credito italiani a marzo 2026 detenevano nei propri bilanci 407,3 miliardi di euro di titoli di Stato italiani, pari al 75,6% dell’intero portafoglio obbligazionario bancario di 538,8 miliardi. Si tratta del livello più elevato degli ultimi anni e della conferma di una tendenza che si è consolidata nel corso del 2025.La differenza tra il totale dei titoli detenuti e i Btp (circa 131,6 miliardi) sono obbligazioni bancarie, corporate bond e altri strumenti finanziari.
Nell’ultimo anno le banche hanno incrementato gli investimenti in titoli pubblici di 27,2 miliardi di euro, con una crescita del 7% su base annua. Una netta inversione rispetto a quanto accaduto nel biennio precedente. A dicembre 2023 lo stock di titoli di Stato detenuto dagli istituti registrava infatti una contrazione del 6,8% rispetto all’anno precedente; a dicembre 2024 il calo era ancora pari al 2,5%. Nel 2025 la tendenza si è ribaltata con una crescita del 9,9%, poi consolidata nel primo trimestre del 2026 con un aumento del 7%.