Notizie Obbligazioni Turbolenze nei mercati dei bond: petrolio e inflazione fanno schizzare i rendimenti dei Treasury

Turbolenze nei mercati dei bond: petrolio e inflazione fanno schizzare i rendimenti dei Treasury

15 Maggio 2026 12:53

L’impennata dei prezzi del petrolio e le spinte inflazionistiche diffuse in ogni angolo del mondo stanno mettendo sotto forte pressioni i mercati obbligazionari, uno scenario che gli analisti definiscono “un po’ preoccupante”.

Con il Brent salito a oltre 107 dollari al barile, i Treasury Bond americani con scadenza a due anni sono saliti ieri al 4,06%, un livello che non si vedeva dal marzo 2025, mentre i rendimenti del benchmark a 10 anni hanno sfiorato il 4,54%, il picco in circa un anno, e turbolenze ancor più marcate si stanno verificano sui mercati giapponesi. Quello che sta avvenendo è fondamentalmente un “repricing” globale delle aspettative sui tassi d’interesse. 

Valore dei titoli di stato in calo dappertutto, Giappone ai minimi dagli anni 90

Il crollo del valore dei bond riflette l’aspettativa che sia in arrivo entro breve una stretta sui tassi. I prezzi del petrolio e i report sull’economia americana riflettono una realtà inflazionistica e la Federal Reserve sembra pronta ad intervenire.

In Giappone i rendimenti dei titoli di stato trentennali sono saliti al 4% per la prima volta dal 1999, l’anno del loro debutto sul mercato, mentre quelli con scadenza a 20 anni si sono attestati al livello più alto dal 1996. Gli investitori scommettono anche su un imminente intervento sui tassi da parte della Banca del Giappone, dove i prezzi alla produzione sono saliti al livello più alto dal 2014.

“Il movimento verso l’alto dei rendimenti globali dei bond è un po’preoccupante”, ha detto a Bloomberg Prashant Newnaha, senior strategist per l’area Asia-Pacifico di TD Securities a Singapore. “Un prezzo del petrolio elevato per un periodo prolungato potrebbe essere la pietra tombale per i bond.”

Gli investitori danno al 70% un aumento dei tassi in Usa a dicembre

La debacle è stata amplificata dalle parole di alcuni funzionari della banca centrale americana, che hanno segnalato una posizione nettamente restrittiva. Michael Barr,  membro del board della Fed, ha detto che l’inflazine è di gran lunga il rischio più grande per l’economia. Le sue dichiarazioni sono arrivate in una settimana in cui i dati ufficiali hanno mostrato un aumento dei costi alla produzione negli Stati Uniti al ritmo più alto dal 2022. Gli investitori stanno già scontando nei prezzi una probabilità vicina al 70% che arrivi un aumento dei tassi d’interesse a dicembre, secondo stime di Bloomberg.

I movimenti del mercato suggeriscono che gli investitori stiano smobilizzando decisamente le posizioni aperte durante i precedenti ribassi, secondo Stephen Spratt, strategist di Societe Generale a Hong Kong. “C’era stato interesse per le operazioni di carry trade e per le strategie di fading sui massimi dei range, ma queste hanno ormai ceduto il passo”,  ha dichiarato. Questo sarebbe alla base dell’attuale “ripulitura” del mercato.

Il “carry trade” consiste nel prendere in prestito denaro dove i tassi sono bassi per investirlo dove i tassi sono alti, mentre il “fading” è una strategia per cui si vende quando un prezzo raggiunge il limite massimo del suo canale abituale, scommettendo che esso tornerà giù.

Crisi di Starmer in Uk mette sotto pressione i Gilt: gli investitori prevedono aumenti di spesa

Alla base della ritirata degli investitori dai bond ci sono anche preoccupazioni sulle politiche fiscali dei governi. In Giappone per esempio il rialzo dei rendimenti è anche conseguente alla notizia che il governo starebbe valutando una manovra correttiva.

I Gilt, i titoli di stato britannici. si sono depressi dopo l’annuncio che il sindaco di Manchester Andy Burnham cercherà di tornare in parlamento, una mossa vista come una sfida diretta al Primo Ministro Keir Starmer e preludio a politiche fiscali più espansive, ovvero inflazionistiche.

Negli Stati Uniti la decisione della Corte Suprema che ha considerato illegali certe misure della politica di dazi commerciali voluti da Trump, obbliga il governo al risarcimento di 35,5 miliardi di dollari agli importatori. Tutto ciò contribuisce a mettere sotto pressione le finanze di Washington.

‘La preoccupazione per un’inflazione radicata si sta diffondendo’, ha detto Kenneth Crompton, di National Australia Bank a Sydney.

Analisi MPS: dalla Cina nessuna novità su Hormuz, attesa per il bollettino BCE

Sul tema, un report di Monte dei Paschi di Siena analizza la visita di Donald Trump in Cina, un vertice con Xi Jinping che “non ha portato decisioni particolari”, soprattutto in merito alla riapertura dello stretto di Hormuz. “La mancanza di prospettive su una riapertura dello Stretto e dati USA forti hanno riportato i rendimenti 10y verso (bund) o oltre (treasury) i massimi dallo scoppio del conflitto“, si legge.

MPS fa inoltre notare che ieri Jeffrey Schmid, della Fed di Kansas City “ha ribadito un concetto già espresso da altri membri Fed, che l’inflazione rimane il rischio più pressante per l’economia.” Sul fronte europeo, inoltre vi è “un certo interesse oggi per il bollettino BCE, che conterrà degli approfondimenti utili a valutare attraverso quali lenti la BCE osserva l’evoluzione dell’inflazione a fronte dello shock petrolifero.”