Preview meeting Fed: tassi fermi, rischi per “trappola” stagflazione
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Parte ufficialmente oggi la due giorni di riunioni del Fomc, il braccio operativo della Federal Reserve (Fed). Per il secondo meeting consecutivo la banca centrale Usa guidata da Jerome Powell, che a breve lascerà il timone a Kevin Warsh, dovrebbe mantenere i tassi d’interesse invariati nell’attuale intervallo compreso tra il 3,5% e il 3,75%. Le aspettative di mercato appaiono ormai consolidate. Secondo il CME FedWatch, la probabilità di una conferma dei tassi nella riunione di domani supera il 99%, con un primo taglio del costo del denaro ora atteso non prima di dicembre.
In attesa delle decisioni ufficiali previste per domani sera (alle 19 ora italiana l’annuncio sui tassi), cresce l’attenzione su un tema sempre più ricorrente nel dibattito macro: la stagflazione negli Stati Uniti. In questo contesto, i riflettori sono puntati sulle nuove proiezioni macroeconomiche, sul dot plot e, soprattutto, sulle parole di Powell, chiamato a chiarire i potenziali effetti del conflitto in Iran su crescita e inflazione.
Preview Fed: rischi in entrambe le direzioni
Gli sviluppi più importanti dall’ultima riunione del FOMC sono stati l’inizio della guerra in Iran e il forte aumento dei prezzi del petrolio. E’ da questa constatazione che parte la preview di Goldman Sachs sull’imminente riunione della Federal Reserve di marzo.
“Di recente abbiamo alzato la nostra previsione di inflazione headline PCE su base annua per dicembre 2026 di 0,8 punti percentuali, al 2,9%, e la previsione per il core PCE di 0,2 punti percentuali, al 2,4% – si legge nel report della banca d’affari Usa -. Abbiamo abbassato la nostra previsione di crescita del PIL per il quarto trimestre 2026 di 0,3 punti percentuali, portandola al 2,2%, e abbiamo alzato la nostra previsione sul tasso di disoccupazione al 4,6%”. Per la Fed si delinea quindi uno scenario complesso: da un lato, il rischio di un indebolimento del mercato del lavoro che potrebbe richiedere tagli anticipati dei tassi; dall’altro, una traiettoria inflattiva più elevata che potrebbe invece ritardare l’allentamento.
In questo contesto, il FOMC dovrebbe lasciare il tasso sui fondi federali invariato al 3,5-3,75% questa settimana e probabilmente sottolineerà nella sua dichiarazione che la guerra ha aumentato l’incertezza sulle prospettive e probabilmente farà aumentare l’inflazione e peserà sull’attività economica nel breve termine. Prevediamo tre voti contrari a favore di un taglio di 25 punti base”.
Di recente, gli analisti hanno posticipato le date previste per i tagli dei tassi previsti nel 2026: a settembre e dicembre. “Entro settembre, ci aspettiamo che sia un ulteriore moderato rallentamento del mercato del lavoro sia i progressi sull’inflazione di fondo contribuiscano a rafforzare la tesi a favore di un taglio”, chiariscono gli esperti.
E aggiungono: “con la fine del mandato di Jerome Powell a maggio, gli investitori hanno iniziato a chiedersi se la Fed adotterà una nuova direzione sotto la guida di Kevin Warsh, il candidato di Trump. In materia di politica dei tassi d’interesse, Warsh ha espresso posizioni accomodanti, in parte perché fiducioso che l’inflazione sia in calo. Sebbene queste posizioni lo collocherebbero sul versante accomodante del recente dibattito del FOMC, non rappresenterebbero un cambiamento significativo rispetto alle posizioni del presidente Powell”.
Fed attendista in un contesto di elevata incertezza
Anche Generali Investments prevede un approccio attendista da parte della Fed nel meeting imminente. Come sottolinea Paolo Zanghieri, senior economist della società, il FOMC si trova ad aggiornare le proprie stime in un contesto caratterizzato da forte incertezza, legata sia al conflitto nel Golfo sia ai timori sull’impatto dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro.
In tale scenario, difficilmente si assisterà a revisioni significative delle proiezioni macroeconomiche. Il comunicato finale dovrebbe, invece, evidenziare la tensione tra le pressioni inflazionistiche derivanti dallo shock petrolifero e i segnali di indebolimento dell’occupazione, riflettendo il delicato equilibrio tra stabilità dei prezzi e sostegno alla crescita.
“L’aumento dell’incertezza è destinato ad ampliare le divergenze interne al board in merito al percorso di normalizzazione dei tassi. Di conseguenza, riteniamo che il “dot plot” mediano continui a indicare un solo taglio dei tassi quest’anno e un altro nel 2027″, conclude Paolo Zanghieri.
La “trappola” stagflazione
La prospettiva di uno shock petrolifero persistente accresce il dilemma per la Fed. “Qualora venisse interrogato sull’impatto dello shock petrolifero sulla politica monetaria, il presidente Powell probabilmente sottolineerà l’estrema incertezza che caratterizza la situazione in Medio Oriente. Potrebbe evidenziare che le prospettive relative al prezzo del petrolio, e il conseguente equilibrio tra crescita e inflazione, dipendono in modo determinante dalla durata della chiusura dello Stretto di Hormuz. Va da sé che nessuno ha informazioni certe in merito. Il presidente della Fed, se sottoposto a domande insistenti, potrebbe rendere esplicita questa considerazione, ribadendo con forza che il FOMC rimane pronto a reagire all’evoluzione del contesto geopolitico per garantire la stabilità dei prezzi”, commentano Erik Weisman, chief economist & Portfolio Manager, e Kish Pathak, Fixed Income Research Analyst di MFS Investment Management.
“Con il mercato del lavoro che sembrava stabilizzarsi senza peggiorare, il comitato era in attesa di prove evidenti di una ripresa della disinflazione prima di procedere ad un allentamento. Ora si trova in una situazione di stallo, intrappolato in una spirale stagflazionistica, poiché l’aumento del prezzo del petrolio minaccia sia l’inflazione che la crescita“, rimarca Gordon Shannon, portfolio manager di TwentyFour Asset. Management sottolineando come “la politica monetaria non sia in grado di risolvere questo problema”.