Notizie Notizie Mondo ESG: l’anno difficile sui mercati europei e l’influenza degli Usa di Trump

ESG: l’anno difficile sui mercati europei e l’influenza degli Usa di Trump

10 Settembre 2025 15:04

ESG sta per Environmental, Social and Governance, ed è un insieme di criteri utilizzati per misurare l’impegno di un’organizzazione o di un’azienda in termini di sostenibilità e responsabilità sociale. I finanziamenti di progetti legati a questo concetto hanno registrato numeri record negli anni passati, ma negli ultimi tempi le cose sono decisamente cambiate.

Come rileva un’analisi di PitchBook, piattaforma che raccoglie e studia dati su mercati finanziari e investimenti, l’influenza degli Stati Uniti guidati da Donald Trump ha ridotto progressivamente l’interesse degli investitori europei, spingendo la Commissione Ue ad un profonda riflessione in merito. 

La panoramica, con numeri in calo

Per l’ESG è stato un anno faticoso. Secondo i numeri di PitchBook, l’Europa ha perso sempre più slancio nelle raccolte di finanziamenti per progetti legati alla sostenibilità. Nel 2024, infatti, gli operatori sono riusciti a raccogliere la cifra record di 84,1 miliardi di euro (circa 98,3 miliardi di dollari), sei volte di più rispetto ai 13,7 miliardi di euro del 2019. Inoltre, secondo i dati, la percentuale di fondi che promuovono caratteristiche di sostenibilità ambientali o sociali nella gestione degli investimenti, in quell’anno è salita al 25,1%, raggiungendo il livello più alto dal 2021, quando è entrato in vigore il regolamento sulla divulgazione della finanza sostenibile dell’Ue (il SFDR).

Eppure, nel 2025 gli investimenti hanno subìto una forte frenata. Stando ai dati raccolti fino al 3 luglio di quest’anno, infatti, PitchBook calcola una raccolta di soli 10,1 miliardi di euro per i fondi che finanziano progetti sostenibili. Vale a dire che quasi il 95% del capitale raccolto è stato destinato ad altri fondi.

L’influenza degli Stati Uniti

Secondo l’analisi, questa brusca riduzione trova la sua origine nella politica, principalmente quella statunitense. Sin dal suo ritorno alla Casa Bianca, il presidente americano Donald Trump ha fatto presagire in svariati modi un deciso allontanamento rispetto agli impegni ambientali, sociali e di governance stabiliti negli anni precedenti negli Stati Uniti e nel resto dell’occidente. Tanto che, nel suo primo giorno in carica, Trump ha firmato una serie di ordini esecutivi che prevedono il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. 

La “politicizzazione” dei principi ESG avrebbe dunque portato a un aumento del “greenhushing”, un fenomeno che spinge le aziende a sottovalutare, minimizzare se non proprio occultare i propri sforzi per la sostenibilità, rendendo molto più difficili la raccolta di informazioni sulle performance sull’impatto ambientale e sociale dell’attività. 

Nel corso dell’ultimo anno, diverse importanti banche globali, come JPMorgan Chase, Bank of America e Goldman Sachs, hanno lasciato la Net Zero Banking Alliance, iniziativa promossa dalle Nazioni Unite con l’obiettivo di accelerare la transizione sostenibile del settore bancario internazionale e  raggiungere zero emissioni nette entro il 2050. Inoltre, quest’anno, anche società di private equity come Carlyle e TPG hanno eliminato dai documenti presentati alla SEC (l’ente di regolamentazione finanziaria statunitense) alcune dichiarazioni chiave relative alle loro iniziative di diversità, equità e inclusione.

Ecco dunque che il crescente sentimento anti- ESG degli Stati Uniti ha contribuito a creare frammentazione anche fra gli investitori europei, costringendo molti “a reperire informazioni direttamente o ad adattare il loro approccio di raccolta fondi negli Stati Uniti”, ha affermato Cristian Echavarria, responsabile dei servizi normativi di Holtara, la divisione di servizi ESG di Apex Group.

Sulle raccolte di fondi in Europa pesano anche tutte le politiche commerciali protezioniste adottate dagli Usa negli ultimi mesi, pensate per dirottare più investimenti proprio verso il paese. Di conseguenza, alcuni gestori europei hanno deciso di ridimensionare i loro sforzi ESG per facilitare gli investimenti degli investitori istituzionali.

Una riflessione per l’Ue

Un quadro del genere potrebbe suscitare timore. PitchBook però la prende con un certo grado di ottimismo, sottolineando che il calo del sentiment sui criteri ESG potrebbe condurre semplicemente verso una ricalibrazione di questo mercato in Europa. Inoltre, i numeri in calo potrebbero essere uno stimolo in più per una profonda riflessione a Bruxelles. “Il solido regime normativo che inizialmente ha dato all’Europa un vantaggio iniziale è diventato più gravoso di quanto alcuni preferiscano”, si legge nell’analisi, in cui si evidenzia come l’apparato burocratico creato in questi anni dall’Unione in materia di sostenibilità richieda tempo e un sostanzioso impegno da parte dei dirigenti delle società coinvolte. E il rischio che tutte queste regole da seguire non conducano verso i risultati sperati, è sempre dietro l’angolo.

Da Palazzo Berlaymont qualcosa si muove. A febbraio, la Commissione europea ha adottato il pacchetto Omnibus I per semplificare le norme europee in materia di rendicontazione sulla sostenibilità aziendale e due diligence. Questo aggiornamento ha modificato i requisiti per le aziende, escludendo le PMI quotate e innalzando le soglie di applicazione: ora, ad esempio, le regole si applicano alle aziende con più di 1.000 dipendenti e un fatturato superiore ai 450 milioni di euro. “Se l’Europa riuscirà a cogliere l’opportunità di sviluppare un quadro ESG più chiaro e concreto, potrebbe emergere dal suo percorso relativamente isolato negli investimenti sostenibili più forte, più evoluta e più matura”, conclude l’analisi di PitchBook.

C’è da dire, inoltre, che i ritocchi al concetto di “sostenibilità” sono andati ben oltre la sburocratizzazione. Di recente, la Commissione europea ha esteso il perimetro della finanza sostenibile anche al settore della difesa. Una nota pubblicata a giugno, infatti, mette in fila gli indicatori che gli investimenti in questo comparto dovranno rispettare per essere considerati “sostenibili” ai sensi del regolamento sull’informativa sulla finanza sostenibile dell’Ue. Fra questi, ad esempio, c’è il requisito che l’investimento non arrechi danni ad alcun obiettivo di sostenibilità, oppure quello per cui le aziende non possono produrre mine antiuomo e armi chimiche, ma anche il rispetto delle disposizioni sui diritti umani delle Nazioni Unite e dell’Ocse, attraverso pratiche di buona governance.