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Tutto pronto per la Brexit, alto il prezzo per l’Italia. Mentre la City assiste alla debacle delle Ipo

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Al via il processo per far diventare reale il divorzio dall’Unione europea a favore del quale, lo scorso 23 giugno 2016, i cittadini britannici hanno votato. Il 29 marzo 2017 rimarrà nella storia del Regno Unito come un’altra data epocale, in quanto giorno in cui la premier Theresa May attiverà l’Articolo 50 del Trattato di Lisbona.

Ma né la data della Brexit nè quella di domani renderanno effettivo il divorzio; in base alle regole europee, questo diventerà infatti realtà soltanto trascorsi due anni dalla data di attivazione dell’Articolo 50, dunque nel 2019. In questi due anni proseguiranno le trattative tra le controparti, che dovranno disciplinare le loro nuove relazioni, sia finanziarie, che commerciali e politiche. 

Il quotidiano La Stampa segnala come a soffrire sarà anche l’Italia, tra l’altro “uno dei Paesi che pagherà il prezzo più caro (..) Solo per il 2019, la contribuzione «extra» del nostro governo al bilancio Ue sarà di circa 1,3 miliardi di euro. A oggi è previsto che Roma sborsi 17 miliardi e 693 milioni di euro, ma l’Europa a 27 comporterà costi maggiori e dunque il contributo richiesto all’Italia sforerà quota 19 miliardi (+7,4%)”

Difficile stimare le ripercussioni della Brexit sia sull’economia europea che su quella britannica. Eppure, quando l’Articolo 50 non è stato ancora attivato, Thomson Reuters rivela le conseguenze che finora la nuova realtà britannica ha avuto sull’attività delle Ipo, ovvero sui collocamenti alla borsa di Londra.

Dall’inizio del 2017, rivela l’analisi, l’ammontare raccolto attraverso le operazioni di Ipo è crollato al minimo in 5 anni, con l’equivalente di $1,53 miliardi raccolti. La flessione, su base annua, è stata pari al 28%: questo, mentre a livello globale le Ipo hanno permesso di raccogliere sui mercati capitali per $29,4 miliardi, un livello più che doppio rispetto all’inizio del 2016.

Ancora, soltanto otto società britanniche sono sbarcate in borsa quest’anno, al minimo dal 2013. Il mercato globale non ha invece mai avuto tante Ipo nel periodo da inizio anno a oggi, in 17 anni, ovvero dal 2000.  Infine, dalla data del voto a favore della Brexit, ovvero 23 giugno 2016, soltanto 26 sono state le aziende che hanno lanciato un’Ipo, per un valore combinato di $5 miliardi, in calo del 54% rispetto ai $10,9 miliardi raccolti nelle 37 Ipo lanciate alla City tra il 24 giugno del 2015 al 26 marzo del 2016.

La flessione del numero delle Ipo è stata (da 37 a 26) pari al 30%.

E’ intanto conto alla rovescia per la Brexit che scatterà tra qualche ora: la premier Theresa May invierà una lettera ai leader dell’Ue a Bruxelles, che dovranno poi esprimersi sulle richieste di Londra. In queste ultime ore, si presentano nuovi ostacoli: il primo, è la dichiarazione rilasciata dal portavoce del partito Laburista, Keir Starmer, che ha minacciato il blocco, da parte dei laburisti, di un qualsiasi accordo con l’Unione europea che non garantisca al paese gli stessi benefici di cui gode attualmente. Un avvertimento che ricalca quanto detto dallo stesso leader laburista, Jeremy Corbyn, che ha affermato che i membri del suo partito sosterranno il divorzio soltanto se esso garantirà un “accesso illimitato” al mercato europeo – tra l’altro una opzione già esclusa dagli stessi europei.

Corbyn ha avvertito che, nel caso in cui venisse negato un accesso totale (al mercato), “la minaccia all’occupazione di questo paese sarebbe assolutamente enorme. La maggior parte delle nostre aziende manifatturiere vende in Europa e dispone di una catena di offerta europea. Se non assicureremo un accesso senza restrizioni al mercato europeo, sarà chiaro che quelle aziende rischieranno molto”.

Il secondo ostacolo è rappresentato dalla minaccia scozzese, con Edimburgo che si appresta a votare la proposta di un nuovo referendum per l’indipendenza del paese, arrivata dalla premier Nicola Sturgeon.

La spedizione che ha portato Theresa May in Scozia per convincere Sturgeon a rinunciare al referendum si è così conclusa con un flop. La Scozia vuole rimanere europea, e ritiene di essere vittima della Brexit, in quanto costretta a dire addio a Bruxelles contro la sua volontà. Tra l’altro, sia la Scozia che l’Irlanda del Nord hanno votato per rimanere nell’Ue, lo scorso 23 giugno del 2016,  ma sono state superate dai voti pro-Brexit di Inghilterra e Galles.

In tutto questo, mentre diversi sono i colossi bancari attivi nella City che si preparano a cambiare il loro quartiere generale, arriva l’appello del sindaco di Londra Sadiq Khan, che invita l’Ue a non cedere alla tentazione di “instillare la paura” nelle trattative per la Brexit. Khan afferma che l’Unione europea commetterebbe un grave errore se tentasse di “punire” il Regno Unito per il voto dato lo scorso 23 giugno. E sottolinea, anche, che Londra rimarrà l’unica città globale dell’Europa nonostante la Brexit:

“La mia città non è solo il cuore pulsante dell’economia britannica, ma anche l’organo più importante per la crescita di tutta l’Europa. Lo dico in modo amichevole e con il dovuto rispetto, ma un accordo sulla Brexit negativo per Londra danneggerebbe anche l’Unione europea”.

Ma è già scontro tra il responsabile delle trattative Brexit David Davis e Bruxelles. Davis ha infatti affermato che il Regno Unito “non pagherà nessuna somma” simile a quella auspicata dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, che ha parlato di una cifra di 50 miliardi di sterline.