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Shopping Cina in Europa spaventa. Italia, Germania e Francia scrivono all’Ue

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Si punta al rafforzamento del “golden power” come mezzo per tutelarsi da operazioni che vengono considerate veri e proprio raid contro l’industria nazionale.

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Italia, Germania e Francia chiedono all’Ue di porre un freno agli investimenti cinesi. E lo fanno con una missiva datata 28 luglio, il cui contenuto è stato riportato da Il Sole 24 Ore. Nella lettera, non viene fatto alcun riferimento a eventuali preoccupazioni del governo italiano sul presunto interesse della cinese Great Wall Motors verso FCA.

Ma è indubbio che la capacità del Dragone di fagocitare intere società viene vista come una minaccia dall’Europa. Tanto che si attende proprio per il prossimo 13 settembre l’annuncio di Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, di alcune misure volte a contrastare questo potere.

Come?

Nella missiva del 28 luglio, scrive Il Sole, viene presentato un progetto di rafforzamento del “golden power” europeo, “più in particolare dei poteri di interdizione nei confronti di investimenti condotti da imprese di Paesi terzi che operano secondo regole non di mercato o che non rispettano parità di trattamento e pongono barriere ad acquisizioni operate da aziende europee”.

In realtà, nel documento, non c’è un esplicito riferimento alla Cina, che non viene menzionata.

Ma è indubbio che l’inarrestabile shopping cinese sia fonte di preoccupazione per l’Europa, che contesta a Pechino i sussidi che eroga ad aziende che poi vanno a caccia di acquisizioni nel mondo intero.

La lettera del 28 luglio presenta così una serie di iniziative, ed è firmata dai tre ministri dell’Industria di Italia, Francia e Germania.

Cinque sono i punti in cui si articola il piano delle tre potenze volto a rafforzare il golden power, stando al Sole 24 Ore.

  • Il primo capitolo torna a dare in determinati casi priorità alla sovranità nazionale, in quanto specifica che la regolamentazione europea non dovrebbe sostituirsi a quella dei singoli Stati e dovrebbe avere le sue fondamenta, piuttosto, sulla consultazione tra Stati e Commissione, nei casi in cui una operazione di M&A abbia conseguenze su più paesi europei.
  • Il secondo capitolo sottolinea che gli Stati membri dovrebbero notificare all’Ue tutti gli investimenti esteri, a parte quelli del settore Difesa, ogni sei mesi, per facilitare il coordinamento della Commissione. Quest’ultima stilerebbe ogni due anni un rapporto comprensivo dell’elenco di sussidi e aiuti che gli Stati hanno erogato alle aziende straniere che hanno condotto gli investimenti.
  • Il terzo capitolo, scrive il Sole, è decisivo; “gli Stati membri dovrebbero poter porre condizioni o proibire investimenti se provenienti da Paesi in cui gli investimenti europei non ricevono parità di trattamento rispetto a quelli domestici oppure se c’è disparità rispetto alle regole con cui l’Europa accoglie capitali stranieri.
  • Nel quarto e quinto punto i ministri invitano i paesi ad esaminare gli investimenti effettuati nei settori strategici e in particolare hi-tech, per tutelare aziende ad elevato contenuto tecnologico. Ancora, si chiede che i futuri trattati che saranno siglati tra l’Ue e i terzi non precludano la possibilità di ricorrere a “questi strumenti” di difesa.

Va detto comunque che, a causa dell’accelerazione monstre del debito, è la stessa Cina ora a interrogarsi sulla convenienza o meno a portare avanti la strategia di shopping aggressivo fin qui condotta in tutto il mondo.

Tanto che lo scorso 18 agosto Pechino ha annunciato una serie di restrizioni, volte a contenere acquisizioni in determinati settori, e a frenare transazioni che stanno espandendo un’economia alimentata dal credito, come l’ha definita lo stesso Fondo Monetario Internazionale. Si parla di una bolla del debito pari al 260% del Pil.

Allo stesso tempo, si teme che l’annuncio sia un’operazione di facciata, dal momento che l’altolà arrivato dal governo è accompagnato da incoraggiamenti alle imprese affinché investano su progetti legati al “Belt and Road” project, tesi a collegare la Cina sempre di più ad altre aree dell’Asia o dell’est Europa, attraverso investimenti per miliardi di dollari in porti, autostrade, ferrovie, impianti di elettricità e altre infrastrutture.

E’ difficile infine che la Cina deponga le sue armi, visto che è stato lo stesso governo a promettere di raddoppiare le dimensioni dell’economia del paese tra il 2010 e il 2020. Anche se poi il debito totale si è quadruplicato dalla crisi finanziaria alla fine dello scorso anno, a $28 trilioni.