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Pop Vicenza e Veneto Banca come MPS, chiedono aiuti Stato. Focus su report banche italiane

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Alla fine, Popolare di Vicenza e Veneto Banca hanno scelto la stessa strada di MPS, chiedendo la ricapitalizzazione preventiva: ovvero, gli aiuti di Stato.

Le due banche venete, che puntano a una fusione, hanno dato comunicazione di tentare questa strada al ministero dell’Economia, a Bankitalia e alla Bce, nell’intento di evitare la strada del bail-in, ovvero la procedura che implica che siano gli azionisti, i detentori di obbligazioni subordinate e i correntisti con oltre 100.000 euro depositati in banca ad accollarsi le perdite di un istituto bancario, al fine di salvarlo.

In particolare, nella nota di Popolare di Vicenza, si legge che la banca “ha comunicato l’intenzione di accedere al sostegno finanziario straordinario e temporaneo da parte dello Stato”, nel prevedere il progetto di fusione con il Gruppo Veneto Banca e il “rafforzamento patrimoniale da realizzare nel 2017″.

In merito alle proposte avanzate agli azionisti azzerati, Popolare di Vicenza ha reso noto che le manifestazioni d’interesse sono pari al 68,8% delle azioni oggetto dell’offerta, mentre gli accordi già conclusi sono pari al 49,6% delle azioni. 

A questo punto, come nel caso di MPS, le due banche venete dovranno attendere la risposta delle autorità competenti. Ma l’iter si presenta tutt’altro che semplice, come conferma anche il caso di MPS.

Detto questo, arriva un report che fa sperare sul futuro del sistema bancario, in generale. E’ quello dell’agenzia di rating europea Scope Ratings, che guarda con favore alle ultime novità provenienti dal settore e, in particolare, all’aumento di capitale di UniCredit da 13 miliardi di euro, che si è concluso con successo. Tanto che gli analisti di Scope hanno posto il rating della banca italiana sotto osservazione, per un possibile upgrade rispetto al rating attuale “A-“. 

L’agenzia di rating ha inoltre pubblicato un report sulla qualità degli asset degli istituti italiani, in cui si legge che:

“A nostro avviso, i crediti deteriorati e le altre esposizioni verso asset non performanti (sigla di riferimento NPE) sono in gran parte un’eredità del passato ed è dunque improbabile, contrariamente a quanto alcuni hanno affermato, che portino a una diffusa carrellata di fallimenti bancari o pesino in modo considerevole sulle finanze pubbliche. Riteniamo che la qualità degli asset sia al momento sotto controllo presso la maggior parte delle banche, soprattutto in quelle considerate sistemiche”.

Marco Troiano, autore del report ed esperto di banche europee, afferma che la vendita degli NPE tornerà a decollare probabilmente quest’anno, dopo il rallentamento che ha caratterizzato la fine del 2016. Secondo Troiano, un fattore che è stato snobbato è il miglioramento della qualità degli asset delle banche italiane. 
La crescita dei crediti non performanti su base lorda a livello annuale

L’analista prevede che le esposizioni verso asset non performanti degli istituti italiani continuerà a scendere nei prossimi anni, a meno che l’economia italiana non scivoli di nuovo in recessione. 

La velocità con cui ciò avverrà, tuttavia, sarà diversa a seconda delle banche, con UniCredit e Intesa SanPaolo che si metteranno in evidenza come le più efficienti in tal senso: secondo il report, le due banche hanno già assistito a flessioni nella formazione di nuove NPE che, su base combinata, rappresentano il 34% del totale presente nel sistema.

Ma l’agenzia di rating riconosce la presenza di banche che versano in condizioni preoccupanti, con NPE superiori alla media e basse coperture. Gli esempi citati sono Monte dei Paschi di Siena, Veneto Banca e Banca Carige, i cui NPE incidono sul totale degli NPE per il 21%.