Il mini yuan fa mettere da parte la diplomazia: per Geithner è tutta colpa di Pechino

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La colpa è tutta di Pechino. Timothy Geithner affronta a muso duro la querelle del mini yuan, che rischia di scatenare una vera e propria guerra delle valute. Alla vigilia delle riunioni del G7 a Washington, che inizieranno fra qualche giorno, il segretario del Tesoro americano sfodera gli artigli e si toglie qualche sassolino. Geithner ha legato per la prima volta e in una maniera che non lascia adito a dubbi la riforma della governance del Fondo Monetario Internazionale, tanto voluta dai paesi emergenti, Cina in primis, all’impegno che questi stesso Paesi devono dimostrare nel favorire l’appianamento degli squilibri globali tramite rapporti più corretti tra le valute.


Il messaggio è chiaro: un mini yuan rischia di mandare in fumo la debole ripresa dell’economia avviata a macchie di leopardo in Europa, ma anche la situazione americana ne uscirebbe compromessa in un mondo che è ormai globalizzato. Si corre quindi un rischio grande, di cui il Fondo Monetario Internazionale, che Geithner chiama in causa per coordinare le politiche valutarie globale, deve essere cosciente. Le valute – avverte il direttore generale del Fmi Dominique Strauss-Kahn – non vanno usate come armi, “se tradotta in azione questa idea rappresenta un serio rischio per la ripresa globale. Approcci di questo genere avrebbero un impatto negativo e di lungo termine”.

La svolta secondo Geithner potrebbe esserci se verrà mandata avanti quella linea intrapresa a Londra e poi a Pittsburgh, dove è stato delineata una strategia per affrontare la crisi globale, che ha previsto una maggiore partecipazione “delle economie emergenti nelle più importanti istituzioni di cooperazione economica e finanziaria, un aumento delle risorse a disposizione delle medesime istituzioni nel tentativo di rendere il G20 il forum centrale della cooperazione, ereditando dunque il ruolo tradizionalmente svolto dal G-7”.


La risposta da Pechino non è tardata ad arrivare. Il premier cinese Wen Jiabo da Bruxelles ha lanciato la sua bordata: “L’Europa non dovrebbe unirsi al coro di pressioni sulla Cina per ottenere una maggiore rivalutazione dello yuan”. Eppure i numeri raccontano un’altra verità: se rimettiamo indietro le lancette dell’orologio aallo scorso 19 giugno emerge che lo yuan ha guadagnato solo il 2,1% sul dollaro mentre ha perso qualcosa come l’11,5% sull’euro. Una situazione che rischia di diventare insostenibile: sta agitando ormai da troppo tempo gli animi dei protagonisti della politica economioca della Vecchia Europa e che ha fatto mettere da parte negli ultimi giorni la diplomazia.

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