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Istat, sempre maggiore la distanza tra le due Italie

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Il Nord se ne va. Non si tratta di un rilancio delle istanze indipendentistiche di una parte dello Stivale ma della fotografia scattata dall’Istat nel Rapporto annuale 2006 sull’Italia. Una distanza sempre più marcata tra le aree più ricche e più povere della Nazione è il primo dato a saltare all’occhio nel documento presentato ieri. Tanto che Gian Paolo Oneto, uno degli estensori del rapporto si spinge ad affermare che “le situazioni migliori del Mezzogiorno sono leggermente peggiori rispetto a quelle peggiori del Nord”. Tradotto in cifre dallo studio, ciò significa che il reddito delle famiglie meridionali è pari a circa tre quarti di quello di una famiglia settentrionale e se la Lombardia detiene il record del reddito medio più alto, oltre 32.000 euro, alla Sicilia va la palma di reddito medio più basso, vicino a quota 21.000 euro.


E se la ripresa è arrivata finalmente anche in Italia, sebbene in ritardo rispetto al resto d’Europa,  con una crescita del pil all’1,9% nel 2006 dopo quattro anni di stagnazione e un tasso di occupazione complessivo cresciuto dell’1,9% a fronte di una disoccupazione in calo al 6,8% dal 7,7% precedente, il Sud Italia non ne ha beneficiato granchè come mette in evidenza la rilevazione sull’occupazione femminile. Per le regioni meridionali dello Stivale il tasso di occupazione delle donne si è attestato, lo scorso anno, al 31% nettamente al di sotto della media nazionale vicina al 46%. Lo scenario è grossomodo lo stesso per quanto riguarda l’occupazione giovanile. E’ sempre Oneto a sottolineare che “i giovani che al Nord non arrivano al diploma entrano nel mercato del lavoro, al Sud ne rimangono fuori, in una situazione di marginalità”. La ripresa dei flussi migratori verso il Nord è un’altra testimonianza del divario tra le due Italie, come lo è il tasso di scolarizzazione. Nel 2006 l’incidenza degli abbandoni scolastici è stata del 21%, nel Sud, oltre 6 punti percentuali più della media dell’Europa a 25.

L’arretratezza del Sud Italia emerge anche dall’analisi del tessuto imprenditoriale, con una concentrazione di imprese, il 43%, definite “di sopravvivenza” ossia il cui obiettivo è produrre reddito per garantire la sopravvivenza del gruppo familiare che sta a capo dell’impresa senza porsi obiettivi di sviluppo di più ampio respiro. La percentuale di tali imprese rimane comunque alta anche a livello nazionale, 35%.


Le condizioni nelle quali si trova a dibattersi il Meridione d’Italia penalizzano l’intera Nazione che, in Europa non guadagna posizioni. Il pil medio dell’Unione monetaria è stato infatti pari al 2,7% mentre la produzione industriale è stata del 4% contro il 2,2% del Belpaese. Una ripresa la cui tenuta, secondo quanto affermato dal presidente dell’Istituto nazionale di statistica Luigi Biggeri, “si gioca sugli investimenti e sui consumi privati e sulla possibilità che il reddito disponibile alle famiglie torni a crescere”. Mercato del lavoro, famiglia, welfare, sono i campi su cui agire secondo Biggeri che non dimentica di sottolineare i rischi sociali legati all’invecchiamento della popolazione. L’Italia ha infatti almeno un primato nel Vecchio continente. E’ il Paese con la popolazione più vecchia, secondo al mondo solo al Giappone, con una spesa pensionistica che ha un peso del 15,2% sul pil.