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Governo, la manovra rischia di far morire il trading italiano

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Sono ore di apprensione per il mondo del trading italiano. In attesa dell’effettiva approvazione da parte Consiglio dei ministri della manovra finanziaria 2011-2014 da 47 miliardi di euro, le indiscrezioni che stanno circolando circa la possibile introduzione da parte dell’Esecutivo di una tassa su tutte le transazioni finanziarie compiute hanno gelato tutti. Grandi e piccoli, semplici risparmiatori e broker.

 

La necessità di raccogliere risorse fresche è evidente, il fine è scongiurare il declassamento del Paese da parte delle agenzie di rating e di veder contestualmente crescere il costo di finanziamento del debito, con conseguenze anche drammatiche per le già dissestate casse del Bel Paese.

 

Quella che il Ministro dell’economia Giulio Tremonti sta cercando di far passare appare una proposta alquanto dietrologica: se è vero che la crisi economica creata dalla finanza speculativa ha mostrato in modo evidente i limiti e i pericoli connessi a una finanza senza regole, dall’altro rischiare di mettere in ginocchio un intero settore dell’economia rischia di diventare demenziale.

 

Fonti che sostengono di aver visto le bozze della manovra dichiarano che la tassa potrebbe essere pari allo 0,15% del capitale investito, per ogni eseguito. Comprando e vendendo un titolo accumulo già una minusvalenza dello 0,3% del capitale, indipendentemente dal fatto se il trade verrà chiuso in guadagno o in perdita. I più ottimisti parlano di una tassa allo 0,05%, il concetto, seppur in scala ridotta, non cambia.

 

“Il problema è uno: Tremonti è un ottimo Ministro dell’economia, ha avuto il merito di tenere a galla i conti pubblici. Ma di finanza con capisce nulla”, ha dichiarato un esponente di un broker che per ovvie ragioni preferisce mantenere l’anonimato. Difficile dare torto a una considerazione del genere se si considera che proprio i broker sono tra coloro più a rischio dall’entrata in vigore di una simile norma.

 

E’ facilmente ipotizzabile che dovendo affrontare una simile barriera all’entrata i già pochi trader e scalper rimasti attivi sul mercato italiano decidano di dedicarsi ad altre attività. Provati dal massiccio utilizzo degli high frequency trading system da parte degli operatori più grandi, alle prese con un’evoluzione dell’economia sempre più difficile da interpretare difficilmente riuscirebbero a resistere alla voglia di gettare la spugna e smettere di operare.

 

Borsa Italiana ne è completamente consapevole, spaventata come è dalla caduta dei volumi negoziati. Ieri, in scia alle prime indiscrezioni si è affrettata ad esprimere profonda preoccupazione circa una simile eventualità poiché ritenuta “estremamente dannosa per la liquidità, la trasparenza e lo sviluppo dei mercati”. Soprattutto in assenza di analoghe e concordate misure prese a livello europeo.

 

L’attesa è molta, molti si interrogano se quello in atto non sia un depistaggio per giungere invece ad un semplice, seppur elevato in termini percentuali, innalzamento dell’aliquota del capital gain. Nella realtà molti broker aspettano al varco la definizione della manovra: più di uno sibilla che se dovesse entrare in vigore una simile iniziativa i rischi di chiusura delle filiali italiane sarebbe più che concreto. Sorte analoga potrebbe capitare alle Sim.

 

Senza contare che i trader più fortunati, e ricchi, riuscirebbero a salvarsi spostando la loro residenza in altre nazioni, con conseguente perdita della loro capacità di spesa e gettito fiscale, i rischi sono anche di lasciare in mano le sorti del mercato finanziario agli operatori stranieri. Magari gli stessi, avvolti dalla bandiera a stelle e strisce, che la crisi finanziaria l’hanno provocata a monte.

 

Per una volta mondo retail e istituzionale sembrano aver un punto di vista comune: il no a questa miope scelta. Sempre le solite voci che circolano nell’ambiente finanziario parlano di una ricerca di convergenza che porti alla nascita di una Lobby del trading in grado di far sentire la propria voce.

 
Molto spesso accusati di essere avvantaggiati da una tassazione del reddito particolarmente favorevole rispetto ai lavoratori dipendenti, i trader non si sono al momento espressi in termini negativi su un eventuale incremento delle tasse sul capital gain. Lo stesso non si può dire per la tassa sulle transazioni finanziarie.


Per averne riprova basta fare un rapido giro sul forum di Finanzaonline.com, il più frequentato in assoluto in Italia tra coloro che operano quotidianamente o comunque sono particolarmente sensibili alle vicende della Borsa, per imbattersi in affermazioni del tipo “meglio un capital al 30% che sta roba qua…”. 

 

Talvolta i post possono avere un taglio provocatorio ma sintomatico, come quello di stefanog23 secondo cui è “la fine del trading, non solo intraday ma la fine di tutto il trading da casa”. Divertente in tal senso il sarcasmo di Bito, che chiosa la vicenda con un “che botta per l’Italia…circondata da tre mari abbattuta da Tremonti!”.

 

La speranza è che il Ministro riesca a riflettere bene: perché se molti intermediari, lavoratori del settore e trader dovessero cercare fortuna in altri Paesi, probabilmente anche il loro commercialista cambierebbe nazione.

 

Riccardo Designori