1. Home ›› 
  2. Notizie ›› 
  3. Notizie Italia ›› 

Fine QE: Draghi chiude la porta, ma non getta la chiave. Ormai inciso nel DNA della Bce

La fine del piano non significa fine della politica monetaria accomodante, che rimarrà in essere, soprattutto alla luce del recente rallentamento dell’economia, provocato da fattori come il protezionismo, i timori …

FACEBOOK TWITTER LINKEDIN

Ormai lo si può dire: Mario Draghi rimarrà alla storia come il banchiere italiano che, osando sfidare la Germania e gli altri falchi europei, è riuscito a cambiare il DNA della Bce. Il QE, quello strumento che ha permesso all’Eurotower di acquistare a man bassa i titoli di stato dei paesi dell’Eurozona (salvando, tra gli altri, proprio l’Italia, tanto da essere ribattezzato scudo BTP) , e quello strumento la cui fine ufficiale decisa per il mese di dicembre è stata ufficializzata oggi, non rimarrà un evento eccezionale. A precisarlo è stato lo stesso Draghi che, nel giorno dell’ultima riunione del Consiglio direttivo della Bce, ha detto, rispondendo a una domanda, che sì, il piano di Quantitative easing “fa parte degli strumenti permamenti della cassetta degli attrezzi della Bce”.

Con lo stop al QE, che si concluderà di fatto alla fine del mese, la Bce chiude una porta, ma non getta la chiave.

Nessuno deve dunque affrettarsi a scrivere l’epitaffio tombale per il piano di acquisti di asset, che Mario Draghi ha osato lanciare nel 2015. Non servirà scrivere: QE: 2015-2018, visto che lo strumento straordinario di politica monetaria potrà essere estratto in qualsiasi momento dall’Eurotower, in caso di bisogno.

A maggior ragione ora che il ricorso a esso, tanto osteggiato negli ultimi anni soprattutto dai falchi tedeschi, è stato riconosciuto e legittimato dalla Corte di Giustizia europea, come ha ricordato Draghi.

Il piano è stato lanciato dal banchiere italiano nel marzo del 2015. Un bazooka monetario, si disse allora, volto a impedire a un’inflazione sotto lo zero di deteriorare un’economia, quella dell’Eurozona, già afflitta dalla crisi dei debiti sovrani. In quasi quattro anni, brandendo quest’arma finanziaria, la Bce ha perso qualcosa come 2,6 trilioni di euro, acquistando prevalentemente titoli governativi, ma anche corporate bond, ABS, covered bond, al ritmo di 1,3 milioni di euro al minuto, come fa notare un articolo di Reuters. Praticamente, prosegue l’articolo, la Bce ha speso 7.600 euro per ogni persona dell’Eurozona.

Acquistando i vari tipi di asset, Draghi ha permesso all’economia e all’inflazione dell’Eurozona di risollevarsi.

Certo, non è proprio di buon auspicio il fatto che, nello stesso giorno in cui ha confermato la  fine (per ora) del programma, la Bce sia stata costretta anche a comunicare al mondo di avere tagliato le stime sull’inflazione del 2019, e anche quelle sulla crescita, relative al 2018 e al 2019.

“QE saved the day”, ha detto Draghi, che però non può dire ancora “Mission Accomplished”, visto che quel target poco inferiore al 2% che la Bce ha fissato per l’inflazione rimane ancora una soglia difficile da raggiungere, a dispetto dell’ondata di liquidità assicurata all’economia e al sistema finanziario dell’Eurozona.

In ogni caso, se per ora il QE finisce qui, la politica dei reinvestimenti del capitale rimborsato con l’acquisto dei titoli di stato, comunque andrà avanti.

La fine del piano non significa insomma fine della politica monetaria accomodante, che rimarrà in essere, soprattutto alla luce del recente rallentamento dell’economia, provocato da fattori come il protezionismo, i timori sull’escalation della guerra commerciale, la volatilità dei mercati, i rischi geopolitici.

Nel commentare le dichiarazioni di Mario Draghi JR Zhou, analista di mercati presso la piattaforma di trading Infinox, ha sottolineato che la Bce non ha potuto fare altro che chiudere i rubinetti del QE, per non rischiare un “grave danno alla sua credibilità”, visto che la fine del programma era stata annunciata e riconfermata diverse volte.

Tuttavia, l’analista ha fatto notare come dalla conferenza stampa del banchiere siano emerse due grandi verità: una, che Draghi rimane profondamente preoccupato per la fragilità della crescita dell’Eurozona; due, che per questo si riserva il diritto di riaprire i rubinetti quando vuole”.

D’altronde, all’orizzonte si staglia uno scenario fosco, “caratterizzato dalla debolezza delle esportazioni tedesche, dalle tensioni sulla manovra che continuano a caratterizzare i rapporti tra l’Italia e l’Unione europea, e dal caos sulla Brexit”.

“Non meraviglia dunque che Draghi, in versione colomba, voglia lasciare aperta ogni opzione. Con le stime della Bce che indicano per il 2019 un rallentamento sia della crescita economica che dell’inflazione, la probabilità di ulteriori stimoli monetari è aumentata, non diminuita”.

E a certificare questo quadro è “l’euro, che sta cedendo nei confronti del dollaro, e perfino nei confronti della sterlina”, conclude l’analista, riferendosi al trend della moneta unica, che oscilla in territorio negativo poco al di sopra della soglia di $1,13.