USA: a dicembre inflazione “core” cresce meno delle attese. Cosa significa per la Fed
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A dicembre i prezzi al consumo negli Stati Uniti hanno registrato un incremento inferiore alle attese, alimentando la speranza che l’inflazione stia finalmente moderandosi. Il dato arriva mentre la Federal Reserve valuta con attenzione i prossimi passi sulla politica dei tassi di interesse, cercando un equilibrio tra stimolare l’economia e contenere i prezzi.
Inflazione USA core a +0,2% m/m e +2,6% a/a
Numeri alla mano, secondo il Bureau of Labor Statistics, l’indice dei prezzi al consumo core — che esclude alimentari ed energia, considerati più volatili — è salito dello 0,2% su base mensile e del 2,6% su base annua, entrambi valori 0,1 punto percentuale inferiori alle stime degli economisti. La Fed considera l’inflazione core un indicatore più affidabile per valutare le tendenze di lungo periodo dei prezzi.
Per quanto riguarda l’indice complessivo dei prezzi, il CPI ha registrato un aumento dello 0,3% mensile, con un tasso annuo del 2,7%, in linea con le previsioni del consensus di Dow Jones. Dopo la pubblicazione dei dati, i mercati azionari hanno reagito positivamente. I future sull’S&P 500 hanno guadagnato lo 0,2%, quelli sul Nasdaq-100 lo 0,3% e i future sul Dow Jones Industrial Average hanno aggiunto 62 punti, pari a uno 0,1%. I rendimenti dei titoli di Stato americani sono invece scesi, riflettendo la percezione di minori pressioni inflazionistiche.
Il ruolo del costo abitativo
Il costo abitativo, elemento chiave dell’indice dei prezzi al consumo, è aumentato dello 0,4% su base mensile, rappresentando il fattore principale della crescita del CPI mensile. Su base annua, i costi legati all’abitazione sono saliti del 3,2%, confermando il peso rilevante di questa voce, che incide per oltre un terzo sul totale dell’indice.
Il dato di dicembre è forse un segnale più convincente del fatto che l’inflazione è in calo, poiché alcune anomalie presenti nel rapporto di novembre avevano contribuito a una significativa flessione dell’IPC core annuale. Secondo Bloomberg, gli economisti hanno spiegato che i dati di novembre erano stati artificialmente depressi a causa dello shutdown governativo che ha avuto una durata record e che aveva impedito al Bureau of Labor Statistics di raccogliere i dati sui prezzi ad ottobre, portando a ipotizzare nessun aumento nei principali indicatori del settore abitativo. Inoltre, la raccolta dei dati di novembre è avvenuta più tardi del solito e potrebbe essere stata influenzata dagli sconti natalizi.
Secondo il BLS, c’è stato un certo rimbalzo dei costi abitativi, che sono stati il “fattore principale” dell’aumento mensile complessivo, mentre anche i prezzi dell’abbigliamento sono aumentati. Diverse categorie hanno registrato diminuzioni, tra cui elettrodomestici e auto e camion usati, con i costi di riparazione dei veicoli che hanno registrato il calo più significativo mai osservato.
Cosa significa per la politica monetaria della Fed
I dati sull’inflazione arrivano pochi giorni dopo il rapporto sull’occupazione di dicembre, che ha evidenziato un mercato del lavoro leggermente più debole ma complessivamente stabile. La combinazione di un’inflazione core più moderata e di un lavoro stabile suggerisce che la Fed potrebbe non procedere immediatamente con tagli dei tassi nella prima riunione dell’anno, prevista per fine mese.
Si prevede infatti che i funzionari della Fed manterranno i tassi di interesse stabili a fine gennaio, dopo tre tagli consecutivi a fine 2025. Tuttavia, rimangono divisi su quanto ulteriormente abbassare i tassi nel corso del 2026, bilanciando le preoccupazioni che dazi e pressioni geopolitiche possano mantenere elevate le pressioni sui prezzi, pur essendo consapevoli della debolezza del mercato del lavoro.
Secondo le previsioni dei Fed funds futures, il mercato attualmente prezza due riduzioni di un quarto di punto dei tassi nel corso dell’anno, con il primo intervento atteso a partire da giugno, sempre che i dati economici restino coerenti con le aspettative. Tuttavia, come afferma Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm, “il livello dei prezzi continua a collocarsi significativamente al di sopra dell’obiettivo del 2%, in un contesto caratterizzato da crescenti tensioni tra l’amministrazione Usa e la Banca Centrale, un elemento che contribuisce ad accrescere l’incertezza e la complessità del quadro di politica monetaria”.
“Nel complesso, i dati confermano uno scenario Goldilocks”, come afferma Alexandra Wilson-Elizondo, Global Co-CIO of Multi-Asset Solutions di Goldman Sachs Asset Management. “Detto ciò, è probabile che i dati sull’inflazione siano destinati a non rappresentare più un trigger primario del mercato ma che diventino un vincolo secondario, dato che il mercato è sempre più concentrato sui rischi per l’indipendenza della Federal Reserve”.