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Tutto in un giorno: il triplo colpo di stato climatico che ha tramortito le Big Oil. La potenza della rivolta capitanata da Engine N.1 con il suo 0,02% in Exxon

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Mentre sui mercati i riflettori rimanevano puntati su spauracchio inflazione, sell-off delle criptovalute e nuova fiammata delle meme stock, il 26 maggio è andata in scena una giornata destinata a passare alla storia per le Big Oil e forse per l’intero mercato energetico.
Nello stesso giorno le tre principali Oil majors Exxon, Chevron e Shell sono finite sotto attacco. Le prime due hanno visto passare istanze ambientaliste nelle rispettive assemblee, mentre una sentenza di un tribunale olandese ha imposto a Shell di accelerare sulla riduzione delle emissioni.

Una coincidenza che fa capire come il climate change per il settore oil richiederà nei prossimi anni degli sforzi ancora più ingenti per cambiare modello di business e abbattere le emissioni. Quanto successo lo si potrebbe riassumete come una buona notizia per l’ambiente mondiale e invece cattive notizie per le major petrolifere. Ma a ben vedere ciò che potrebbe significare è che un maggiore realismo sulla transizione energetica sia il meglio per tutti, anche per le big oil chiamate a costruirsi un futuro realmente sostenibile cambiando i loro modelli di business.
Come rimarca oggi Julian Lee, strategist oil per Bloomberg First Word, il vero cambiamento dovrà venire dal lato della domanda. Offrire ai consumatori alternative convenienti, affidabili e convenienti ai combustibili fossili è ciò che guiderà una grande trasformazione nell’uso dell’energia e, in ultima analisi, nelle attività dei produttori mondiali di petrolio.

Shell condannata a ridurre le emissioni del 45% entro il 2030

Mercoledì un tribunale dell’Aia ha ordinato al gigante petrolifero olandese Royal Dutch Shell di tagliare le emissioni di carbonio del 45% entro il 2030. Una sentenza storica che arriva in un momento in cui le Big Oil sono più che mai sotto pressione per fissare obiettivi di emissioni a breve, medio e lungo termine coerenti con l’accordo di Parigi.
La causa era stata presentata nell’aprile 2019 da sette gruppi di attivisti – tra cui Friends of the Earth e Greenpeace – per conto di 17.200 cittadini olandesi. Le citazioni in tribunale sostenevano che il modello di business di Shell “sta mettendo in pericolo i diritti umani e le vite” rappresentando una minaccia per gli obiettivi stabiliti nell’accordo di Parigi. Roger Cox, un avvocato dalla parte deegli attivisti ambientali, ha detto in una dichiarazione che la sentenza ha segnato “un punto di svolta nella storia” e potrebbe avere conseguenze importanti per altri grandi inquinatori.

Caso Exxon: l’impresa del piccolo fondo attivista Engine N.1

Sempre il 26 maggio gli azionisti di Exxon hanno votato per nominare almeno due membri attenti al clima nel consiglio di amministrazione della società di fronte alla dura opposizione del management. A riuscire nell’impresa è stato Engine N.1, piccolo fondo attivista con il nome di un libro di bambini. Con dalla sua solo lo 0,02% del capitale il fondo è riuscito a vincere una battaglia persa in precedenza da fondi ben più grandi. La richiesta di un’accelerazione nella riduzione delle emissioni ha trovato il sostegno anche di Calpers, il fondo pensione degli insegnanti della California.
I nomi dei due membri green del nuovo cda di Exxon presentano un curriculum di rilievo: Gregory Goff è l’ex amministratore delegato di Andeavor, che è stata una delle più grandi società di raffinazione di idrocarburi degli Stati Uniti, mentre Kaisa Hietala è stata vicepresidente esecutiva per i prodotti rinnovabili presso la società di raffinazione finlandese Neste Oyj.
Forse sorprendentemente, i dissidenti di ExxonMobil sono stati supportati anche da gestori patrimoniali tradizionali come BlackRock. Dopo il voto, il colosso numero uno al mondo nell’asset management ha tuonato: “Exxon e il suo Consiglio di amministrazione devono valutare ulteriormente la strategia dell’azienda e le competenze del consiglio di amministrazione rispetto alla possibilità che la domanda di combustibili fossili possa diminuire rapidamente nei prossimi decenni. L’attuale riluttanza a farlo presenta una questione di governance che ha il potenziale di minare la sostenibilità finanziaria a lungo termine dell’azienda”.

Accelerazione verso nuovi modelli di business

“Le vicende di cronaca che nella giornata del 26 maggio potrebbero forse segnare un’ulteriore accelerazione verso un adattamento dei modelli di business”, rimarca Alberto Artoni, Portfolio Manager US Equity di AcomeA SGR. “Riposizionare il modello di business è sempre complicato – prosegue Artoni – specialmente per aziende di lunga storia e di grande dimensione, ma questa sfida presenta anche delle interessanti opportunità per creare valore per gli azionisti, oltre che per gli altri stakeholders. Questo nuovo scenario del settore sta spingendo le aziende ad una sempre maggiore disciplina finanziaria, che limita e razionalizza gli investimenti finalizzati alla crescita del numero di barili prodotti a favore del riposizionamento del business e del ritorno di cassa agli azionisti. Anche il consolidamento del settore a cui stiamo assistendo (tra le principali operazioni ricordiamo l’acquisizione di Noble da parte di Chevron a luglio e quella di Concho da parte di ConocoPhillips ad ottobre) indica proprio una buona disciplina finanziaria. Le aggregazioni, infatti, sono avvenute principalmente con lo scambio di azioni, con premi valutativi molto contenuti rispetto a prezzi di Borsa generalmente depressi”. Il consolidamento ha permesso al settore di abbattere i costi, ridurre gli investimenti e migliorare il profilo finanziario dei piccoli player, spesso tropo indebitati. Il contesto è certamente sfidante, ma le aziende che sapranno adattarsi potranno dare importanti soddisfazioni a tutti gli stakeholders, compresi gli azionisti.