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Studio choc svela il numero monstre dei contagi Covid-19 effettivi. L’ISPI sconfessa l’alta letalità in Italia

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Il tasso record di letalità di COVID-19 in Italia (9,9% al 24 marzo 2020) fa molto discutere. Nel giorno in cui arriva il numero record di decessi in un singolo giorno, vicino a quota mille (969), arriva uno studio che fa un po’ chiarezza sui motivi dietro all’elevato tasso di mortalità del virus in Italia. Infatti, se paragonata ai principali paesi del mondo, la letalità del virus in Italia è nettamente la più alta.

Uno studio dell’ISPI (istituto per gli studi di politica internazionale) rimarca che utilizzare questo dato è un errore. Esso infatti non dice quasi nulla circa la letalità reale del virus, che studi recenti stimano nello 0,7% per la Cina, mentre ISPI stima in 1,14% per l’Italia.

Tasso letalità del 10% non è realistico

L’analisi cerca di confutare alcune delle tesi che si sono diffuse in queste settimane per spiegare tali differenze nella diffusione e letalità della malattia tra paesi, ipotizzando come possibili fattori causali lo stress del sistema sanitario nazionale, una mutazione genetica del virus a livello locale, le differenze di temperatura e umidità tra regioni del mondo, o variazioni in termini di legami intergenerazionali (gli italiani vivrebbero più spesso e più a lungo con genitori e nonni, rischiando di contagiarli).

90% dei contagiati sfugge ai controlli

La differenza tra questo dato realistico e quello “fuori scala” è invece riconducibile al numero di persone che sono state contagiate ma non sottoposte al tampone per verificarne la positività. ISPI stima infatti che le persone attualmente positive in Italia siano nell’ordine delle 530.000, contro i circa 55.000 “casi attivi” ufficiali. Ossia quasi 10 volte tanto. L’incertezza attorno a questa stima è piuttosto ampia, rimarca l’ISPI, si va da un minimo di 350.000 casi a un massimo di 1,2 milioni di persone contagiose attualmente in Italia.

Il dato sulla letalità apparente è dunque un indicatore inaffidabile. L’ISPI spiega come la curva della letalità sia cambiata nel tempo in Italia. Nei primi giorni dell’epidemia la letalità italiana si attestava intorno al 3%, e tra il 25 febbraio e il 1° marzo era persino gradualmente scesa fino al 2%. Da quel giorno in avanti, al contrario, la letalità ha invertito la rotta e ha cominciato ad aumentare, gradualmente e linearmente, fino a raggiungere il 9,9% il 24 marzo. Perché? La risposta è nel cambio di politica sui tamponi, richiesto alle Regioni da parte del Governo italiano per adeguarsi alle raccomandazioni dell’OMS.
Fino al 28 febbraio diverse Regioni avevano cominciato a effettuare tamponi su un campione relativamente vasto di popolazione, testando e dunque portando alla luce anche molte persone infettate ma asintomatiche o paucisintomatiche (per esempio i contatti diretti di altre persone positive). I casi, dunque, emergevano prima di quanto accadesse in altri paesi. Dal 28 febbraio in avanti le Regioni hanno iniziato ad adeguarsi alle richieste del Governo – richieste motivate anche da ragioni di necessità, per non sottoporre a un carico di lavoro eccessivo i 31 laboratori autorizzati ad analizzare i risultati dei tamponi in una fase di crescita esponenziale dei contagi.

Le conclusioni

Nelle sue conclusioni l’ISPI indica come in Italia non sembra quindi essere presente un ceppo molto più letale di coronavirus rispetto al resto del mondo. Inoltre , a parità di contagiati, è naturale attendersi un numero di morti più alto in Italia che in Cina perché la popolazione italiana è nettamente più anziana di quella cinese e il virus colpisce in maniera più grave proprio le classi d’età più avanzata.