Notizie Dati Macroeconomici Spirale salari-inflazione in Eurozona: analisi di Goldman Sachs vede un rischio contenuto

Spirale salari-inflazione in Eurozona: analisi di Goldman Sachs vede un rischio contenuto

14 Aprile 2026 11:49

Il timore di una nuova spirale inflattiva dovuto alla guerra in Medio Oriente agita i mercati e le autorità di tutto il mondo, e l’Eurozona è particolarmente esposta a rischi di questo tipo.  Secondo uno studio di Goldman Sachs i salari sono uno degli elementi chiave che possono agire da meccanismo di propagazione e trasformare un temporaneo balzo dei costi energetici in un’inflazione strutturale, tuttavia il rischio dovrebbe essere più contenuto rispetto ad altri periodi recenti.

Il rischio della rincorsa prezzi-salari

Il timore, si legge nel paper di Goldman, è che si ripeta quanto osservato dopo la crisi del 2022, quando i lavoratori hanno cercato di recuperare terreno contrattando salari più alti, innescando quella che la Presidente della BCE Christine Lagarde ha definito un’inflazione “tit-for-tat” (colpo su colpo) tra prezzi e salari. Al momento, la crescita delle retribuzioni rimane scomodamente alta, attestandosi al 3,3%, un valore che supera il “range del 2,5-3% stimato come coerente con l’obiettivo di inflazione della BCE”.

Tuttavia, nonostante le pressioni, secondo il report il rischio rappresentato dalla pressioni salariali sull’inflazione questa volta dovrebbe essere più contenuto.

Il “cuscinetto” già presente e un mercato meno rigido

Due sarebbero le ragioni per considerare il rischio più mitigato. In primo luogo, nella fase precedente alla guerra contro l’Iran, i dipendenti dell’Eurozona disponevano già mediamente di un “cuscinetto di potere d’acquisto”, dato che i “salari reali stavano correndo leggermente più avanti della produttività del lavoro”.  Questo mette a disposizione delle aziende un margine di resistenza “agli aumenti salariali nominali senza spingere i salari reali al di sotto della produttività”.

In secondo luogo, il mercato appare meno surriscaldato: il tasso di posti vacanti è “tornato ai livelli pre-pandemia”, riducendo la capacità contrattuale dei lavoratori.

Oltre il 2026: tra previsioni e rischi “non lineari”

Le proiezioni di Goldman Sachs indicano una decelerazione della crescita della compensazione per dipendente, con valori previsti al “3,1%, 2,8% e 2,7% entro la fine del 2026, 2027 e 2028”. Tuttavia, i rischi persistono e sono orientati verso la crescita. Un elemento critico è la natura “non lineare” della trasmissione dei prezzi energetici: le analisi storiche mostrano infatti una “risposta salariale statisticamente significativa solo durante gli episodi di alta inflazione”. Questo significa che un ulteriore aumento dei costi energetici potrebbe innescare una reazione dei salari sproporzionatamente più intensa del previsto.

I segnali dai Paesi leader e il monitoraggio della BCE

Per capire se le previsioni del report di Goldman saranno corrette bisogna monitorare l’andamento dei salari in alcune nazioni, come Francia, Paesi Bassi e Austria. A causa della “differenza nella durata dei contratti collettivi”, più brevi in quei paesi, questi mercati tendono a guidare l’Eurozona.

Oltre ai dati ufficiali, Goldman Sachs monitora indicatori predittivi come la crescita dei salari pubblicata su Indeed, uno dei portali principali per la pubblicazione di offerte di lavoro, e l’entità dei pagamenti una tantum.

In questo contesto sarà massima l’attenzione sul prossimo meeting della BCE dal quale emergeranno decisioni di politica monetaria, previsto per il 29-30 aprile: sebbene i dati attuali non mostrino ancora reazioni agli aumenti energetici, le grandi aziende potrebbero già essere in preparazione di “richieste salariali più elevate per i prossimi trimestri”.