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Risk on in Asia, borsa Tokyo inizia dicembre con balzo +1,34%. Dato Pmi Cina fa da assist

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Risk on in Asia, con l’indice Nikkei 225 della borsa di Tokyo che ha chiuso la sessione in rialzo dell’1,34% a 26.787,54 punti, dopo essere volato di oltre +15% nel mese di novembre, riportando il balzo più forte dal 1994, ovvero in 26 anni. Solidi acquisti anche sulla borsa di Shanghai, che avanza dell’1,4% e di Hong Kong +1,1% a fronte di un solido trend dei futures sull’indice S&P 500, che salgono dello 0,8% circa. Ieri Wall Street ha chiuso la sessione in rosso, con il Dow Jones che ha concluso il mese di novembre migliore dal gennaio del 1987 e lo S&P 500 e il Nasdaq che hanno riportato i trend mensili migliori dallo scorso aprile. In particolare il Dow Jones è balzato a novembre dell’11,84%, il Nasdaq dell’11,8%, lo S&P 500 del 10,76%.

Il sentiment positivo in Asia si spiega con i buoni dati macro arrivati, in particolare, dal fronte della Cina. Contrastati i dati del Giappone.

In Cina, reso noto l’indice Pmi manifatturiero stilato da Caixin-Markit, salito a 54,9 punti, al di sopra dei 53,5 punti attesi e dei precedenti 53,6 punti di ottobre. Dal dato emerge come le componenti della produzione e dei nuovi ordinativi siano salite ai ritmi più forti degli ultimi dieci anni, e che la componente dell’occupazione è cresciuta al record dal maggio del 2011.

Ieri è stato pubblicato l’indice Pmi manifatturiero ufficiale della Cina, stilato dal governo di Pechino: il dato è salito a 52,1 punti, rispetto ai precedenti 51,4 punti e al record dal settembre del 2017. Battute le attese del consensus, che aveva previsto un valore a 51,5 punti. I dati confermano l’espansione dell’attività economica della Cina, in quanto superiori alla soglia dei 50 punti, linea di demarcazione tra fase di contrazione (valori al di sotto) e fase di espansione (valori al di sopra) dell’attività economica.

Anche in Giappone è stato reso l’indice PMI manifatturiero, stilato in questo caso da Jibun Bank-Markit. Il dato è rimasto in fase di contrazione, salendo comunque a 49 punti, al record degli ultimi 15 mesi, grazie alla flessione più contenuta delle componenti relative alla produzione e ai nuovi ordinativi.

Male invece le spese in conto capitale delle aziende giapponesi che, nel terzo trimestre dell’anno, sono scivolate del 10,6% su base annua, comunque a un tasso inferiore rispetto al tonfo del 12,1% atteso dal consensus e rispetto al calo precedente dell’11,3%. Nello stesso trimestre, i profitti delle aziende sono crollati del 28,4% su base annua, recuperando comunque terreno in modo significativo rispetto al -46,6% del trimestre precedente. Le vendite sono scese dell’11,5% (sempre su base annua), dopo il -17,7% del secondo trimestre.

Diffuso anche il tasso di disoccupazione del Giappone, salito a ottobre al 3,1%, come da attese, rispetto al 3% di settembre. Sebbene la disoccupazione rimanga contenuta nel paese, il dato ha testato il record in più di tre anni, scontando l’effetto della pandemia COVID-19 sulle aziende.

In particolare, il numero totale dei disoccupati è salito nel mese di 80.000 unità a 2,14 milioni.

Oggi protagonista anche la decisione della RBA (Reserve Bank of Australia, banca centrale australiana), che ha lasciato i tassi invariati al minimo storico dello 0,10%. La borsa di Sidney è salita dell’1,8%; +1,68% la borsa di Seoul.