PIL Italia in crescita ma pesa conflitto in Medio Oriente: il Bollettino di Bankitalia
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Nel quarto trimestre del 2025 l’economia italiana ha continuato a crescere, confermando una fase di espansione del PIL, anche se con dinamiche sempre più differenziate tra i vari comparti. Da un lato, gli investimenti hanno mostrato un buon ritmo di crescita, sostenendo l’attività produttiva; dall’altro, i consumi delle famiglie hanno iniziato a perdere slancio, segnalando un atteggiamento più prudente.
Questa la fotografia che scatta la Banca d’Italia nel suo ultimo Bollettino economico. Il contesto internazionale è fragile, esacerbato dal conflitto in Medio Oriente che ha determinato un forte rialzo dei prezzi energetici e una marcata volatilità sui mercati finanziari. La crescita globale si attenua e le prospettive di crescita e di inflazione si sono deteriorate e risentiranno delle conseguenze del conflitto.
Italia: ecco quanto crescerà il PIL
In merito all’Italia, l’attività avrebbe continuato a espandersi all’inizio di quest’anno, seppure a ritmi contenuti e in un contesto di elevata incertezza dice Bankitalia. Il quadro, però, è diventato progressivamente più complesso. Il primo trimestre del 2026 si è chiuso infatti in un contesto di forte incertezza legato al conflitto in Medio Oriente. Le tensioni geopolitiche hanno avuto un impatto immediato sui mercati energetici, determinando un marcato aumento dei prezzi di petrolio e carburanti e alimentando difficoltà anche sul fronte delle materie prime. Questo scenario ha pesato in particolare sulla manifattura, che si è trovata a fronteggiare costi più elevati e maggiori problemi di approvvigionamento.
I rischi per l’attività economica determinati dal conflitto in Medio Oriente sono stati incorporati nelle proiezioni della Banca d’Italia pubblicate in aprile.
Nello scenario di base, il PIL crescerebbe dello 0,5% sia quest’anno sia il prossimo, e dello 0,8 nel 2028. L’incertezza su queste proiezioni è eccezionalmente elevata, dice Bankitalia. In uno scenario avverso, di natura indicativa, il protrarsi delle ostilità nell’area mediorientale potrebbe deprimere la crescita per circa mezzo punto percentuale nell’anno in corso e per un punto nel prossimo rispetto allo scenario di base.
Investimenti e consumi sotto pressione
In questo contesto, anche gli investimenti hanno iniziato a rallentare, riflettendo una crescente cautela da parte delle imprese, sempre più incerte sulle prospettive macroeconomiche. L’attività nei servizi, dopo una fase di stabilità nel quarto trimestre del 2025, ha invece beneficiato temporaneamente di alcuni fattori straordinari, come l’impatto positivo dei Giochi olimpici invernali, che hanno sostenuto settori collegati a turismo e intrattenimento.
Sul fronte dei consumi, il rallentamento del quarto trimestre del 2025 ha segnato un cambiamento significativo. Le famiglie hanno ridotto la dinamica della spesa rispetto ai mesi precedenti e, pur con una propensione al risparmio in calo e tornata su livelli pre-pandemia, hanno mantenuto un approccio prudente. Nei primi mesi del 2026 i consumi hanno continuato a crescere, ma in modo contenuto, risentendo chiaramente dell’aumento dell’incertezza e del peggioramento del contesto internazionale. Il rialzo dei prezzi energetici e le tensioni geopolitiche hanno infatti inciso negativamente sulla fiducia delle famiglie e sulle loro decisioni di spesa.
Inflazione moderata ma in aumento nel breve termine
Anche il quadro inflazionistico ha risentito di questi sviluppi. Nei primi mesi del 2026, l’inflazione è rimasta inferiore alla media dell’area euro, ma il conflitto in Medio Oriente ha provocato un forte aumento dei prezzi dei carburanti, soprattutto nella prima parte di marzo, con attese di ulteriori rialzi per elettricità e gas. Parallelamente, le aspettative di inflazione di famiglie e imprese sono aumentate in modo significativo, pur restando lontane dai livelli eccezionalmente elevati osservati nel 2022 dopo lo scoppio della guerra in Ucraina.
L’inflazione si è mantenuta inferiore alla media dell’area dell’euro, ma – si legge nel Bollettino – aumenterà nel breve termine per effetto del rincaro dei beni energetici. Nello scenario di base delle proiezioni di Bankitalia, l’inflazione al consumo aumenterebbe al 2,6% nel 2026, per poi tornare sotto al 2% nel biennio successivo. Nello scenario avverso, l’inflazione salirebbe al 4,5% quest’anno, al 3,3 nel 2027 e al 2,2 nel 2028.
Un elemento particolarmente rilevante emerge dall’Indagine sulle aspettative di inflazione e crescita della Banca d’Italia, condotta tra il 20 febbraio e il 18 marzo. Dopo l’inizio del conflitto in Medio Oriente, le imprese hanno rivisto al ribasso le valutazioni sulle proprie condizioni economiche e sulla domanda estera. Allo stesso tempo, hanno segnalato un aumento delle attese sui costi di produzione, mentre i prezzi di vendita sono rimasti sostanzialmente invariati. Le condizioni per investire sono peggiorate, anche se, almeno per il momento, questo deterioramento non si è tradotto in una revisione dei piani di investimento per il 2026. Il segnale è comunque chiaro: la fiducia delle imprese si sta indebolendo.
Il ruolo del Medio Oriente negli approvvigionamenti energetici
Il Bollettino dedica poi ampio spazio alla crisi energetica in corso. Il conflitto in Medio Oriente difatti riporta inoltre al centro il tema della dipendenza energetica dell’Italia dal Golfo Persico. Il mantenimento di prezzi elevati per petrolio e gas naturale rischia di peggiorare la bilancia energetica del Paese e di ridurre la competitività dei settori più energivori. Non solo: le tensioni potrebbero riflettersi anche sugli scambi commerciali non energetici con i paesi dell’area mediorientale, incidendo più in generale sui flussi di beni e servizi conclude Bankitalia.
Gli effetti dei dazi americani
Gli Stati Uniti, grazie ai dazi introdotti lo scorso anno dall’amministrazione Trump e successivamente dichiarati illegittimi dalla Corte Suprema americana lo scorso febbraio, avrebbero incassato circa 150 miliardi di dollari, pari a circa lo 0,5% del PIL statunitense.
Secondo quanto riportato dalla Banca d’Italia nel Bollettino Economico, la decisione della Corte Suprema — che ha di fatto annullato il precedente impianto tariffario — ha aperto una nuova fase di incertezza commerciale. Subito dopo la sentenza, infatti, sono stati introdotti nuovi dazi da parte dell’amministrazione Usa, attualmente in fase di applicazione. In questo contesto, il livello medio delle tariffe statunitensi, che era stato portato a circa il 14%, sarebbe sceso al 7% dopo la sentenza. Le nuove misure avrebbero poi riportato il dato intorno al 10%, con la possibilità di un ulteriore aumento fino al 12% qualora venissero applicati altri 5 punti percentuali, come già ipotizzato dall’amministrazione americana.
Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, il rischio non è uniforme. Il dazio medio applicato ai Paesi dell’Unione europea risulterebbe superiore di circa 0,7 punti percentuali rispetto a quanto previsto dall’accordo commerciale, ma per l’Italia l’impatto sarebbe più significativo, con un incremento stimato intorno a 1,5 punti percentuali. La Banca d’Italia spiega che questa maggiore esposizione deriva dalla struttura dell’export italiano verso gli Stati Uniti, che risulta più concentrata in settori soggetti alle aliquote della “nazione più favorita” (Mfn), come ad esempio alimentare e tessile. Le aliquote Mfn rappresentano i dazi standard applicati alle importazioni in assenza di accordi commerciali preferenziali.