Paura Iran e non solo, i grandi gestori cambiano spartito. Ecco le nuove preferenze
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Il vento sui mercati cambia direzione. Dopo mesi di entusiasmo, il sentiment degli investitori globali vira verso una maggiore cautela, complice l’escalation in Medio Oriente e i timori crescenti sul credito privato.
Tensioni fanno salire quota liquidità nei portafogli
Dall’ultimo sondaggio mensile condotto a marzo da Bank of America (BofA) tra i gestori di fondi globali emerge un chiaro deterioramento del sentiment con le tensioni geopolitiche e le preoccupazioni sull’inflazione che hanno sostituito l’ottimismo imperante di inizio anno.
Il segnale più evidente arriva dal balzo della liquidità nei portafogli: il cash sale al 4,2%, livello che indica un atteggiamento più difensivo, ma che allo stesso tempo segna anche la fine del precedente “sell signal” contrarian. In altre parole, i gestori sono meno esposti al rischio, ma non ancora in modalità di fuga dai mercati.
C’è una nuova grande preoccupazione
Sul fronte macro, il cambiamento è netto. L’ottimismo sulla crescita globale è crolla: il saldo netto scende al 7% dal 39% del mese precedente. Parallelamente, le aspettative di inflazione registrano un balzo significativo, passando dal 9% al 45%.
Un mix che riporta al centro lo spettro della stagflazione, mentre si raffreddano le attese di tagli dei tassi, che crollano ai minimi da febbraio 2023. Nonostante ciò, il mercato non sta ancora prezzando uno scenario recessivo: solo il 5% degli intervistati prevede un hard landing, contro un 46% che scommette su un “no landing” e un 44% su un atterraggio morbido.
“Il survey di marzo diventa ribassista mentre le preoccupazioni su Iran e private credit pongono fine al sentiment frothy bull dei mesi recenti”, hanno affermato gli strategist guidati da Michael Hartnett.
Le allocazioni in liquidità sono salite al 4,2%-4,3%, segnando il maggiore aumento mensile dal 2020, mentre l’indicatore più ampio del sentiment della banca è sceso al minimo degli ultimi sei mesi.
Timori anche per vulnerabilità credito privato
Se fino al mese scorso il timore dominante era quello di una bolla legata all’intelligenza artificiale, oggi le tensioni geopolitiche, il ritorno dell’inflazione e la vulnerabilità del credito privato hanno preso il sopravvento. Proprio quest’ultimo viene indicato dal 63% dei gestori come il possibile epicentro di un futuro evento sistemico. Un dato che riflette la crescente dimensione e opacità del mercato del private credit, sempre più al centro dell’attenzione degli investitori istituzionali.
Niente panico per ora, rotazione verso difensivi
Tuttavia, gli indicatori di posizionamento rimangono ben al di sopra dei livelli osservati nei precedenti minimi di mercato. “Le metriche di posizionamento di BofA sono lontane dai livelli ultra-ribassisti visti nei recenti grandi minimi/buoni punti di ingresso per azioni e credito”, osserva Bofa.
Tra le posizioni “più affollate” emergono il long sull’oro e quello sui semiconduttori globali, segno che il mercato resta ancora sbilanciato su alcuni temi forti degli ultimi mesi.
Sul piano dell’asset allocation, la survey evidenzia una rotazione dai settori ciclici legati al “boom” verso quelli più difensivi tipici di uno scenario stagflazionistico. I gestori stanno riducendo l’esposizione a comparti come le banche, aumentando invece il peso di settori come i beni di consumo di base.
Sulle materie prime gli investitori risultano long con posizionamento ai massimi dall’aprile 2022.
Borse europee meno amate
Contestualmente ieri sono arrivati da BofA anche i riscontri dal sondaggio tra i gestori europei. L’Europa perde appeal relativo con il sovrappeso sulle azioni dell’area euro che si riduce, mentre altre aree geografiche migliorano il proprio posizionamento.
La quota di gestori che vede ulteriori rialzi nel breve termine scende al 36% dal 67%, mentre su un orizzonte a dodici mesi il 71% continua a prevedere un potenziale upside, seppur in calo rispetto all’89% precedente. Tuttavia, il Vecchio Continente resta la seconda regione più apprezzata nei portafogli globali.
Spicca anche un cambio di percezione del rischio: il timore di ridurre troppo l’esposizione azionaria (la cosiddetta FOMO) lascia il posto alla paura opposta, quella di non aver tagliato abbastanza il rischio in portafoglio.