Oro, cambia la domanda degli investitori: le nuove prospettive secondo UBP
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Il mercato dell’oro sta attraversando una fase di transizione, caratterizzata da un evidente rallentamento dell’interesse speculativo nel breve periodo, ma con una visione di lungo termine ancora costruttiva. A sottolinearlo è il report di Peter Kinsella, Head of Investment Services UK di Union Bancaire Privée (UBP), che analizza le dinamiche recenti del metallo prezioso e aggiorna le stime sui prezzi.
Secondo l’esperto, dalla fine di febbraio l’attività degli investitori sull’oro si è progressivamente indebolita. Il posizionamento sui futures e l’interesse verso i metalli preziosi hanno registrato un calo evidente, segnalando una minore propensione ad assumere posizioni rialziste nel breve termine. Tuttavia, questo non modifica la visione di fondo: il trend strutturale resta positivo, e la fase attuale viene interpretata come una pausa all’interno di un ciclo rialzista più ampio.
Oro: il peso del rialzo dei rendimenti
Uno dei fattori chiave che ha influenzato il mercato dell’oro è il cambiamento delle aspettative sui tassi di interesse. Il recente aumento dei prezzi del petrolio ha infatti contribuito a una rivalutazione generalizzata delle attese sui rendimenti, spingendo i mercati a rimuovere completamente l’ipotesi di tagli da parte della Federal Reserve e arrivando persino a prezzare un possibile rialzo dei tassi entro il 2027.
Secondo UBP, questo movimento ha un impatto diretto sull’oro, poiché l’aumento dei rendimenti nominali e reali incrementa il costo opportunità di detenere il metallo, che non offre rendimento. In particolare, il rialzo dei Treasury reali statunitensi (TIPS) a dieci anni è tornato a esercitare pressione sulle quotazioni, ristabilendo una relazione storica: rendimenti reali più elevati tendono a penalizzare l’oro.
Il modello citato da Kinsella indica che un aumento dell’1% dei rendimenti reali può tradursi in una correzione di poco superiore ai 100 dollari per oncia nel prezzo spot dell’oro. Tuttavia, l’analisi dell’UBP suggerisce che questo aumento dei rendimenti potrebbe non essere strutturale, lasciando spazio a un possibile riequilibrio nei prossimi mesi.
Rendimenti alti e inflazione: un quadro più complesso
Nonostante il rialzo dei tassi a lungo termine, che ha portato i rendimenti oltre il 5% sulla parte lunga della curva negli Stati Uniti e nel Regno Unito, UBP invita a una lettura più sfumata del fenomeno. Secondo Kinsella, l’aumento dei rendimenti non è necessariamente un segnale negativo per l’oro. Al contrario, esso riflette in parte timori di inflazione persistente e preoccupazioni legate all’elevato livello di indebitamento globale. Entrambi questi fattori possono, nel medio periodo, sostenere la domanda di oro come bene rifugio, compensando l’effetto negativo dei tassi più alti.
Il nodo geopolitico e il petrolio
Nel breve termine, il principale catalizzatore per il mercato resta l’evoluzione del quadro geopolitico, in particolare le tensioni legate allo Stretto di Hormuz e le sue implicazioni sui prezzi energetici.
Un eventuale allentamento delle tensioni potrebbe avere effetti immediati sui mercati: una riduzione delle pressioni sul petrolio contribuirebbe a raffreddare le aspettative inflazionistiche e, di conseguenza, a ridurre i rendimenti a breve termine. In questo scenario, anche il dollaro potrebbe indebolirsi leggermente, fornendo un supporto marginale all’oro.
“Cambia la domanda” degli investitori
Uno degli elementi più rilevanti evidenziati da UBP riguarda però la trasformazione della domanda di oro. All’inizio dell’anno, le previsioni erano state riviste al rialzo grazie al forte contributo degli investitori retail e, in particolare, degli afflussi negli ETF sull’oro. Questo motore di domanda, tuttavia, si è indebolito sensibilmente a partire da marzo, riducendo il sostegno al prezzo nel breve periodo.
La domanda istituzionale, però, continua a rappresentare un fattore stabilizzante. Secondo le stime riportate da Kinsella, le banche centrali dovrebbero aggiungere circa 800 tonnellate alle riserve globali nel 2026, contribuendo a limitare il rischio di forti correzioni. Anche i dati del World Gold Council non confermano ipotesi di vendite aggressive da parte delle autorità monetarie.
Sul fronte della domanda fisica, la componente legata a monete e lingotti resta solida, con una stima di circa 1.400 tonnellate annue. Tuttavia, UBP segnala un possibile elemento di rischio: l’aumento della tassa sulle importazioni di oro in India al 15%, che potrebbe incidere sulla domanda del secondo mercato mondiale per il metallo prezioso.
Previsioni: breve termine sotto pressione, lungo periodo stabile
Alla luce di questi fattori, UBP ha aggiornato il proprio scenario sui prezzi dell’oro. Le previsioni di breve periodo sono state riviste al ribasso, con un target attorno ai 4.600 dollari l’oncia, riflettendo la minore domanda speculativa e il contesto di rendimenti elevati.
Diverso il quadro di lungo termine, dove le stime restano invece invariate a 6.000 dollari l’oncia. Secondo Kinsella, il metallo prezioso mantiene infatti solide basi strutturali, sostenute dagli acquisti delle banche centrali, dai rischi geopolitici e dalle dinamiche macroeconomiche globali. I rischi nel breve termine restano comunque orientati al ribasso, soprattutto in caso di ulteriore instabilità geopolitica o di persistenza delle attuali pressioni sui tassi.