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Mps fatta a pezzi, dado ormai tratto? La view di Tremonti, mentre per UniCredit si profila doppia mossa con Opa su Banco BPM

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Del caso Mps parla anche l’ex ministro del Tesoro Giulio Tremonti: lo fa in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, in cui dice la sua ponendo un dilemma:

L'ex ministro del Tesoro Giulio Tremonti parla del dossier Mps e dice no a spezzatino, lanciando un appello alla Fondazione“E’ dubbio se sia stato Brecht o Stalin a chiedersi se sia un reato più grave fondare o rapinare una banca. Un addendum al dilemma oggi è: è reato più grave affondare invece di salvare una banca? Sto parlando del Montepaschi, da un decennio storia di tentativi costosi e non riusciti”.

Diversi i nodi che interessano la banca e che Tremonti affronta: una cosa è sicura. Per l’ex ministro del Tesoro la posizione della Fondazione Mps, che chiede alla banca 3,8 miliardi, “è una causa suicida”. Il motivo? “Se vince distrugge la banca e non ottiene l’effetto politico di conservare Mps a Siena”.

Tremonti non è certo per lo smembramento della banca senese, anche se secondo molti analisti ed esperti del settore il dado ormai tratto, per Mps, sarebbe proprio questo: lo spezzatino, con la banca fatta a pezzi e smembrata tra UniCredit, Banco BPM e Poste Italiane.

Mps, Tremonti: ‘facciamo il salvataggio senza lo spezzatino’

L’idea del break-up era arrivata alla fine di maggio con l’articolo de Il Sole 24 Ore: “Mps, spunta il piano sistema. Banca divisa tra più acquirenti”: “tra i numerosi advisor coinvolti nel risiko starebbe prendendo piede l’ipotesi di valutare una sorta di ‘spezzatino’ della banca senese. Con più interlocutori al tavolo, che verrebbero così chiamati a gestire per la propria parte di asset dell’istituto – recitava l’articolo -si guarda in particolare a UniCredit e Mediocredito centrale, ma lo schema di gioco si allargherebbe potenzialmente anche Banco Bpm e Bper fino ad arrivare a Poste”.

Oggi il Corriere di Siena fa notare che il “silenzio (del governo Draghi) continua e lo spezzatino si avvicina in maniera ormai quasi inevitabile”: “E’ questo quello che trapela sul futuro del Monte dei Paschi di Siena: mentre il governo ‘nicchia’ sulle domande spedite dal sindaco Luigi De Mossi, che la settimana scorsa ha rotto gli indugi e inviato una missiva all’esecutivo Draghi per conoscere le intenzioni dello stesso sul destino di Rocca Salimbeni, l’unica soluzione che sembra prospettarsi per l’uscita dello Stato dalla banca è il famigerato smembramento. Ovvero la divisione degli asset di Mps fra Unicredit, Mediobanca, Bpm e anche Poste Italiane”.

L’articolo ricorda anche il report di Citi sui Promessi Sposi. I veri Renzo e Lucia non sarebbero Mps e UniCredit, quanto Mediobanca e Banca Mediolanum, con lo zampino di Del Vecchio. Zampino sempre più presente, se si considera che Mr Luxottica ha continuato a portare avanti la scalata nel capitale di Piazzetta Cuccia, assicurandosi una quota vicina alla soglia autorizzata dalla Bce.

Fermo restando che la preda più ambita dell’imprenditore sarebbe Assicurazioni Generali, vale la pena ribadire come si stia parlando qui di una pedina cruciale per il risiko bancario del Made in Italy: Del Vecchio, infatti, è una presenza fondamentale anche in UniCredit, tant’ è che il suo no alle nozze tra questa e Mps e il suo sostegno all’attuale AD di Piazza Gae Aulenti Andrea Orcel sono ormai cosa nota.

Tornando alla saga Mps, il Corriere di Siena ricorda anche la spada di Damocle dei “dieci miliardi di contenziosi legali”, che “continuano a spaventare possibili acquirenti”.

Non per niente, Tremonti nell’intervista rilasciata a Fabrizio Massaro del Corriere spiega che, “se restano le cause, devi fare lo spezzatino. Lo Stato deve mettere allora 2,5 miliardi di capitale, altri 2,5 miliardi di Dta e poi accollarsi il rischio delle cause (così si arriverebbe a 15 miliardi)“. Con il risultato che “l’onere per l’erario supera quanto è stato già speso, senza considerare le difficoltà tecniche come, “chi prende la banca?”.

Fare invece un altro salvataggio sarebbe invece un male minore, in questa situazione:

Facciamo il salvataggio senza lo spezzatino – dice Tremonti – per far restare Mps la quarta banca italiana”. Detto questo, il costo sarebbe alto: “A oggi le ipotesi di salvataggio con la costituzione di una dote – tra crediti fiscali delle Dta, incentivi all’esodo, costi di ristrutturazione, capitali per farla ripartire, copertura dei 10 miliardi di cause legali – richiedono una cifra estremamente elevata. Grosso modo 20 miliardi”.

UniCredit, Orcel: opzione una fetta di Mps + Opa su Banco BPM

Intanto nuove riflessioni sul ruolo di UniCredit arrivano oggi con un articolo di Avvenire di Andrea Giacobino, che scrive:

“UniCredit al centro dei giochi, Mps va verso lo spezzatino”. Anche qui viene ricordato che, oltre ad aver “bisogno subito di una iniezione di 2,5 miliardi, su Mps “gravano cause per un controvalore di 10 miliardi”.

Per questo, “Orcel ha tirato il freno e ha preso piede l’idea dello ‘spezzatino’ del Monte, con UniCredit che si prenderebbe solo le filiali del nord, lasciando quelle del sud al Mediocredito Centrale che ha già salvato la Popolare di Bari”. Viene ricordato tra l’altro che la quota che il Tesoro ha in mano di Mps come primo azionista (pari al 64%) oggi vale appena 900 milioni, a fronte di una somma sborsata nel 2017 pari a 6,9 miliardi (tra aumento capitale e rimborso obbligazioni subordinate).

Per Giacobino, Orcel però vorrà anche di più, oltre a un pezzo di Mps, “e l’operazione più attesa potrebbe essere quella di un’Opa su Banco BPM”. D’altronde, ricorda l’articolo, facendo i calcoli sui bonus fiscali del Decreto Sostegno bis, le banche d’affari hanno messo in evidenza “benefici per 3,9 miliardi di euro dall’aggregazione UniCredit-Banco BPM contro i 2,9 miliardi del matrimonio UniCredit-Mps e il miliardo di quello Banco BPM-Bper”.

Ma se alla fine Orcel decidesse di non fare l’Opa su Banco BPM? Allora, potrebbe puntare magari su “un bersaglio ancora più grosso: Mediobanca e, attraverso questa, blindare le Assicurazioni Generali”. Magari con un patto con Mr Luxottica Leonardo del Vecchio, si potrebbe aggiungere.