Le tre sorprese di investimento per il 2026 secondo State Street IM
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In un mercato dominato dall’incertezza, il pericolo più grande potrebbe essere pensare come tutti gli altri. È questa la tesi di Michael Arone, Chief Investment Strategist di State Street Investment Management, che per l’undicesimo anno consecutivo propone le sue “sorprese” per l’anno a venire. Un esercizio che non vuole essere una semplice previsione, ma una riflessione su quanto il consenso possa rivelarsi costoso per gli investitori.
Mercati più veloci, incertezza più rumorosa
L’incertezza non è una novità per i mercati. A cambiare è stato il modo in cui viene metabolizzata. L’ascesa dei meme stock, la diffusione delle opzioni Zero Days to Expiration (0DTE) e il peso crescente degli investitori retail — che oggi rappresentano oltre il 30% dei volumi azionari giornalieri negli Stati Uniti — hanno modificato profondamente il processo di formazione dei prezzi.
A questo si aggiunge l’espansione dei mercati predittivi. A ottobre, Intercontinental Exchange, proprietaria della New York Stock Exchange, ha annunciato un investimento fino a 2 miliardi di dollari in Polymarket. Anche Robinhood è diventata partner chiave di Kalshi, confermando come la linea tra investimento, scommessa e previsione sia sempre più sottile. In questo contesto, sostiene Arone, il vero vantaggio competitivo non è indovinare il prossimo movimento, ma mantenere un processo d’investimento coerente e disciplinato.
Prima sorpresa: le small cap tornano protagoniste
La prima previsione controcorrente riguarda le small cap, che secondo Arone nel 2026 potrebbero battere le large cap, invertendo una tendenza negativa che dura da nove anni consecutivi. Nonostante a gennaio gli ETF statunitensi abbiano registrato afflussi record per 165 miliardi di dollari, i prodotti focalizzati sulle piccole capitalizzazioni hanno subito deflussi. Eppure il divario di valutazione è storicamente ampio: le small cap risultano più convenienti rispetto alle large cap in circa l’80% delle osservazioni storiche comparabili.
A rafforzare la tesi ci sono diversi fattori macro: spread high yield contenuti, curva dei rendimenti più ripida e dollaro più debole hanno storicamente favorito questo segmento. Inoltre, i tagli dei tassi della Federal Reserve potrebbero incidere maggiormente sulle small cap, che sopportano un costo del debito proporzionalmente più elevato rispetto alle grandi società. Un altro elemento chiave è la dinamica degli utili. Per la prima volta dopo anni, nel 2026 la crescita degli utili delle small cap è attesa superiore a quella delle large cap. Se il trend dovesse consolidarsi, il cambio di leadership potrebbe diventare strutturale.
Seconda sorpresa: inflazione in calo più del previsto
Il consenso vede nell’inflazione la principale minaccia per il rally azionario. Arone, invece, ipotizza una sorpresa al ribasso. Le condizioni di partenza, secondo l’analisi, non sembrano compatibili con una nuova fiammata dei prezzi. I prezzi del petrolio restano sotto controllo e l’International Energy Agency prevede un surplus significativo di offerta nel primo trimestre del 2026. Storicamente, le grandi accelerazioni inflazionistiche sono state accompagnate da shock energetici persistenti, scenario che al momento appare improbabile.
Anche il mercato del lavoro segnala raffreddamento. I dati del Bureau of Labor Statistics mostrano dimissioni volontarie stabili, segnale che i lavoratori sono meno propensi a cambiare impiego e che le pressioni salariali si stanno attenuando. Sul fronte immobiliare, i dati sugli affitti in tempo reale indicano cali su base annua, mentre l’indice dei prezzi al consumo — che incorpora la componente abitativa con ritardo — potrebbe riflettere questa dinamica nei prossimi mesi.
Infine, il presidente della Fed Jerome Powell ha recentemente sottolineato come parte delle pressioni sui prezzi derivi da fattori temporanei, inclusi gli effetti dei dazi. Se questi elementi dovessero attenuarsi nella seconda metà dell’anno, l’inflazione core potrebbe avvicinarsi più rapidamente all’obiettivo del 2%.
Terza sorpresa: il ritorno difensivo della sanità
La terza previsione — ripetuta per il secondo anno consecutivo — riguarda il settore sanitario, che secondo Arone potrebbe sovraperformare l’S&P 500 nel 2026. Negli ultimi dieci anni il comparto ha battuto l’indice solo in due occasioni, entrambe in anni di mercato negativo (2018 e 2022). Oggi il peso dell’health care nell’S&P 500 è sceso sotto il 10%, vicino ai minimi pluridecennali, e le valutazioni trattano con uno sconto superiore al 20% rispetto al mercato nel suo complesso.
Le criticità non mancano: pressioni sui prezzi dei farmaci, tagli alla spesa pubblica e maggiore concorrenza internazionale. Tuttavia, proprio il sentiment depresso e i flussi modesti potrebbero creare le condizioni per una rivalutazione. Inoltre, gli anni di elezioni di medio termine negli Stati Uniti hanno storicamente favorito il settore, che ha sovraperformato in 11 degli ultimi 13 cicli. A questo si aggiungono trend strutturali difficilmente ignorabili: invecchiamento della popolazione, innovazione tecnologica e crescente domanda di cure.
La lezione di fondo: il processo conta più delle previsioni
Al di là delle singole scommesse, il messaggio di Arone è più ampio. In un’epoca in cui piattaforme a zero commissioni, mercati predittivi e strumenti sofisticati amplificano la velocità delle decisioni, l’illusione di poter anticipare ogni svolta è forte. Ma l’incertezza resta strutturale. E se le sorprese nel 2026 sono praticamente garantite, la vera domanda per gli investitori non è quale sarà la prossima, bensì se il proprio processo d’investimento sia abbastanza robusto da affrontarla senza farsi travolgere dal consenso.