Risiko bancario: cosa cambia per i risparmiatori tra fusioni, costi e concorrenza. L’analisi di Moneyfarm
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Il risiko bancario italiano è entrato nella sua fase più intensa. Le operazioni annunciate negli ultimi mesi stanno ridisegnando gli equilibri del credito, della finanza e del settore assicurativo. Al centro della partita c’è Monte dei Paschi di Siena, la banca che fino a pochi anni fa era il simbolo della crisi bancaria italiana e che oggi è diventata uno degli asset più contesi del mercato.
L’offerta pubblica di scambio da 30,6 miliardi di euro lanciata da Intesa Sanpaolo punta infatti non solo ad acquisire Mps, ma anche a mettere le mani su Mediobanca e, attraverso quest’ultima, sulla partecipazione strategica in Generali. Una mossa che conferma come il consolidamento del settore bancario sia ormai entrato in una nuova fase.
Ma quali effetti avranno queste operazioni sui risparmiatori? Secondo un’analisi di Moneyfarm, le fusioni possono rafforzare la stabilità del sistema, ma rischiano anche di ridurre la concorrenza e lasciare invariati i costi per i clienti.
Banche: un settore sempre più concentrato
Il consolidamento delle banche italiane non nasce oggi. Da oltre trent’anni il numero degli istituti di credito continua a diminuire per effetto di fusioni, acquisizioni e riorganizzazioni. All’inizio degli anni Novanta in Italia operavano più di mille banche. Oggi sono poco più di 400. Alla fine del 2025, inoltre, i primi cinque gruppi bancari controllavano già il 68% degli attivi dell’intero sistema.
La stessa tendenza interessa anche la previdenza complementare. Secondo l’ultima relazione Covip, le forme pensionistiche sono passate dalle 739 del 1999 alle 273 registrate alla fine del 2025. Per Moneyfarm si tratta di un processo destinato a proseguire, anche alla luce delle operazioni di risiko in corso.
I vantaggi delle banche più grandi
La nascita di gruppi bancari di maggiori dimensioni presenta diversi aspetti positivi. Banche più grandi e con un patrimonio più solido sono generalmente in grado di affrontare meglio eventuali crisi economiche, investire di più in tecnologia e cybersicurezza e competere con maggiore forza a livello europeo. Per i clienti questo può tradursi in una maggiore stabilità dell’istituto presso cui depositano i propri risparmi e in servizi digitali più evoluti.
Le fusioni, almeno in teoria, dovrebbero inoltre permettere di ridurre i costi grazie alle economie di scala, cioè ai risparmi ottenuti unendo strutture e attività.
Il rischio di una minore concorrenza
Accanto ai benefici, però, esistono anche alcuni aspetti critici. Quando il mercato si concentra nelle mani di pochi grandi operatori, la concorrenza tende a diminuire. Se le alternative sono meno numerose, anche gli incentivi per migliorare prodotti, servizi e prezzi possono ridursi. Secondo Moneyfarm, questo fenomeno è particolarmente evidente nel settore del risparmio gestito, dove molti clienti mantengono da anni lo stesso rapporto con la propria banca e con il proprio consulente.
Una ricerca di Altroconsumo mostra che il 50% degli italiani utilizza la stessa banca da oltre vent’anni, mentre il 73% è cliente dello stesso istituto da più di dieci anni. Anche chi investe tende spesso a restare con lo stesso intermediario, valutando eventuali alternative all’interno dello stesso gruppo bancario.
La fedeltà può costare cara
Rimanere per molti anni con la stessa banca non è necessariamente una scelta sbagliata. Tuttavia, secondo Moneyfarm, spesso questa permanenza è dovuta più all’abitudine che a un reale confronto tra le offerte disponibili. I dati di Banca d’Italia sembrano confermare questa tendenza. Nel 2024 i clienti che avevano un conto aperto presso la stessa banca da oltre dieci anni hanno sostenuto una spesa media annua di 122 euro. Chi invece aveva aperto il conto da meno di un anno ha pagato in media 59 euro.
Una differenza significativa che evidenzia come confrontare periodicamente costi e condizioni possa risultare conveniente. Un altro tema riguarda il costo dei prodotti di investimento. Il mercato italiano è caratterizzato da un modello integrato nel quale lo stesso gruppo controlla la banca, la società che produce i fondi comuni e la rete che li distribuisce.
Secondo Moneyfarm questa struttura può creare conflitti di interesse, perché chi vende il prodotto appartiene allo stesso gruppo che lo realizza. Non sorprende quindi che i fondi comuni italiani continuino ad avere commissioni tra le più elevate d’Europa. Per un fondo azionario le commissioni annue superano mediamente il 2%. Inoltre, un’analisi della Consob evidenzia che circa il 70% delle commissioni di gestione viene assorbito dalla rete distributiva.
L’Europa punta sul “Value for Money”
Il tema dei costi è diventato centrale anche per le istituzioni europee. Con la Retail Investment Strategy, approvata alla fine del 2025, Bruxelles ha introdotto nuove regole per aumentare la trasparenza e rendere più semplice il confronto tra i prodotti finanziari.
La principale novità è il principio del Value for Money, secondo il quale banche e società di gestione dovranno dimostrare che le commissioni richieste sono effettivamente giustificate dal valore offerto al cliente. L’obiettivo è aumentare la concorrenza e rendere il mercato più efficiente.
Le sinergie non sempre arrivano ai clienti
In teoria, le fusioni dovrebbero permettere di offrire servizi migliori a costi inferiori. Nella pratica, osserva Moneyfarm, i benefici economici derivanti dalle integrazioni finiscono spesso per tradursi in una maggiore redditività per gli azionisti, senza riduzioni significative delle commissioni applicate ai risparmiatori.
Parallelamente continua anche la riduzione della presenza fisica delle banche sul territorio. Nel solo 2025 sono stati chiusi altri 516 sportelli e oggi il 44% dei Comuni italiani non dispone più di una filiale bancaria. Si tratta di circa cinque milioni di cittadini che non hanno più un presidio bancario vicino. La digitalizzazione può compensare almeno in parte questa tendenza, ma secondo Moneyfarm il modello di banca che integra efficacemente servizi online e consulenza personale è ancora in fase di sviluppo.
Cosa devono fare i risparmiatori
Per Moneyfarm il consolidamento del settore bancario non è necessariamente una cattiva notizia. Banche più grandi possono offrire maggiore solidità e investire di più nell’innovazione. Allo stesso tempo, però, un mercato con meno concorrenti richiede clienti più consapevoli.
Per questo è importante confrontare periodicamente costi, servizi e qualità della consulenza, senza limitarsi a restare con la stessa banca per semplice abitudine. È anche questa la direzione indicata dalla futura Savings and Investments Union europea, che punta a rendere gli strumenti di risparmio e investimento più trasparenti, facilmente confrontabili e trasferibili tra operatori diversi. Per i risparmiatori, in un mercato sempre più concentrato, la capacità di scegliere in modo informato diventerà un elemento sempre più importante.