Notizie Notizie Italia Italia, nel 2026 crescita al rallentatore: l’alert di Bankitalia e Confcommercio

Italia, nel 2026 crescita al rallentatore: l’alert di Bankitalia e Confcommercio

14 Aprile 2026 12:09

Il quadro economico italiano è segnato da un peggioramento del clima di fiducia delle imprese e da prospettive di crescita deboli, su cui pesano sia fattori congiunturali legati alle tensioni internazionali sia criticità strutturali di lungo periodo. E’ quello che emerge dalle ultime analisi di Banca d’Italia e di Confcommercio relative al primo trimestre del 2026.

L’indagine della Banca d’Italia: peggiora il clima di fiducia

L’indagine condotta dalla Banca d’Italia tra il 20 febbraio e il 18 marzo 2026 (a cavallo dello scoppio del conflitto in Medio Oriente) evidenzia un netto deterioramento delle valutazioni delle imprese sul contesto macroeconomico. Rispetto alla rilevazione precedente, i giudizi sulla situazione economica generale peggiorano in tutti i settori, accompagnati da un indebolimento delle aspettative sulle condizioni operative.

A incidere maggiormente sono due fattori: l’aumento dei prezzi delle materie prime energetiche e l’incertezza economico-politica generata dal conflitto. La domanda complessiva risulta in calo in tutti i comparti, con un peggioramento più marcato nell’industria in senso stretto, dove si registra anche un indebolimento della componente estera.

Nonostante questo contesto, sottolinea via Nazionale, le imprese mantengono aspettative ancora positive sulle vendite nei tre mesi successivi, anche se le prospettive sull’export risultano in diminuzione. Più critico appare invece il quadro degli investimenti: le condizioni per investire peggiorano sensibilmente, soprattutto dopo lo scoppio della guerra. Tuttavia, i programmi di investimento per il 2026 restano nel complesso invariati rispetto alle previsioni precedenti, con una lieve flessione limitata al settore industriale.

Per quanto riguarda i prezzi, negli ultimi 12 mesi Bankitalia rivela che le imprese segnalano aumenti in linea con la precedente rilevazione. Ma nei prossimi 12 mesi, i listini dovrebbero crescere solo moderatamente, nonostante l’attesa di costi di produzione più elevati, il che implica una compressione dei margini. Le aspettative di inflazione al consumo restano contenute, stabilmente al di sotto del 2% su tutti gli orizzonti temporali.

Le stime di Confcommercio: crescita debole e problemi strutturali

Se l’analisi della Banca d’Italia fotografa il peggioramento congiunturale, il rapporto presentato da Confcommercio in occasione della 25ª edizione del Forum con The European House-Ambrosetti allarga lo sguardo ai fattori strutturali che frenano la crescita italiana da decenni.

Numeri alla mano, è progressivo il rallentamento dell’economia: dal +4,7% medio annuo nel periodo 1966-1980 si è passati all’1,8% tra il 1981 e il 2007, fino a una crescita praticamente nulla negli ultimi vent’anni. Parallelamente, la pressione fiscale è aumentata dal 25,3% al 42,2%, comprimendo investimenti e sviluppo.

Prima dello scoppio del conflitto, il quadro congiunturale appariva relativamente favorevole: inflazione all’1,5%, consumi e PIL in crescita e livelli occupazionali ai massimi. Tuttavia, le tensioni energetiche legate alla guerra rischiano di incidere pesantemente sul reddito disponibile delle famiglie. Nel biennio 2026-2027, la perdita stimata può arrivare fino a 963 euro per famiglia nello scenario più negativo.

Le prospettive di crescita risultano quindi molto deboli: nello scenario peggiorativo, il PIL aumenterebbe appena dello 0,3% nel 2026 e dello 0,4% nel 2027. Un quadro che alimenta forti preoccupazioni, soprattutto in assenza di interventi strutturali su fisco, mercato del lavoro, competenze e qualità della contrattazione.

Il peso del fisco e il tema demografico

Uno dei nodi principali individuati da Confcommercio è la cosiddetta “fiscocrazia”, ossia l’eccesso di tassazione e burocrazia, che riduce gli incentivi a investire e innovare. A questo si aggiungono tre criticità strutturali: la diminuzione del capitale per occupato, la contrazione dell’offerta di lavoro e il calo delle competenze.

Il tema demografico è particolarmente rilevante: rispetto agli anni ’80, l’Italia ha perso circa 9 milioni di giovani under 30, con effetti diretti sulla capacità produttiva. In questo contesto, una leva fondamentale è rappresentata dall’aumento della partecipazione femminile al lavoro: un allineamento agli standard europei potrebbe generare circa 290mila occupate in più all’anno per il prossimo decennio.

Non meno importante è la qualità del lavoro. Le competenze disponibili crescono meno rapidamente rispetto alla domanda delle imprese, mentre l’obsolescenza professionale riduce produttività e capacità di adattamento.

Nota positiva, il terziario di mercato che si conferma il principale motore occupazionale del Paese: tra il 1995 e il 2025 ha creato quasi 4 milioni di posti di lavoro, compensando le perdite registrate nell’industria e nella pubblica amministrazione. Tuttavia, il settore è indebolito da fenomeni come il dumping contrattuale: circa 154mila lavoratori sono impiegati con contratti meno tutelanti, con perdite fino a 8mila euro annui e un impatto negativo anche sui conti pubblici, stimato in circa 560 milioni di euro di minori entrate nel 2025.