Inflazione, tassi e debito: l’Italia rallenta insieme all’Europa mentre cresce l’incertezza
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L’economia italiana è entrata nella seconda metà del 2025 in una fase di forte rallentamento, stretta tra crescita debole, tensioni geopolitiche e nuovi rischi inflazionistici. Le Considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, tracciano un quadro prudente: il Paese ha mostrato capacità di tenuta negli ultimi anni, ma lo scenario internazionale sta rapidamente peggiorando e le prospettive restano fragili.
Il punto centrale riguarda il ritorno dell’incertezza sull’inflazione e sui tassi di interesse, proprio nel momento in cui l’Eurozona sembrava avviata verso una graduale normalizzazione monetaria dopo gli shock energetici e inflazionistici del biennio 2021-2022.
- Italia in frenata: pesa la crisi industriale europea
- Inflazione tornata al 2%, ma il rischio energetico riapre il problema
- BCE prudente sui tassi: possibile nuova stretta se l’inflazione resiste
- Debito pubblico e margini ridotti per nuovi aiuti
- PNRR e investimenti: la vera sfida resta la produttività
Italia in frenata: pesa la crisi industriale europea
Nel 2025 il PIL italiano è cresciuto dello 0,5%, meno della media dell’area euro, che si è attestata all’1,4%. Al netto dell’effetto Irlanda, fortemente influenzato dalle multinazionali, la crescita europea è stata comunque vicina all’1%.
A frenare l’Italia è soprattutto la debolezza del manifatturiero europeo, con la Germania in difficoltà e una domanda internazionale meno dinamica. Secondo Bankitalia, le tensioni geopolitiche, il rallentamento dell’economia tedesca e l’inasprimento delle politiche commerciali statunitensi stanno colpendo direttamente le esportazioni italiane. Anche la domanda interna mostra segnali di debolezza. La perdita di potere d’acquisto delle famiglie, causata dall’inflazione accumulata negli ultimi anni, continua a comprimere i consumi. Le famiglie mantengono un’elevata propensione al risparmio, sintomo di un clima di forte prudenza.
Panetta sottolinea però come l’Italia abbia mostrato, dal 2019 a oggi, una resilienza superiore alle attese. Nonostante pandemia e shock energetici, il PIL è cresciuto di oltre il 6%, sostenuto da investimenti, occupazione ed export. Anche la posizione finanziaria verso l’estero è migliorata, passando da debitoria a creditoria.
Inflazione tornata al 2%, ma il rischio energetico riapre il problema
Fino ai primi mesi del 2025 la BCE poteva considerare quasi conclusa la fase di emergenza inflazionistica. L’inflazione dell’Eurozona era infatti tornata in linea con l’obiettivo del 2%, grazie all’indebolimento della domanda e al raffreddamento dei costi energetici.
Questo aveva consentito alla Banca centrale europea di ridurre i tassi di interesse di 100 punti base complessivi, lasciandoli poi invariati da giugno. Lo scenario è però cambiato con l’esplosione del conflitto in Medio Oriente e le tensioni nel Golfo Persico. Il rincaro di petrolio e gas ha riacceso immediatamente le pressioni sui prezzi.
Gli aumenti si stanno già trasferendo ai carburanti e alle tariffe energetiche, mentre gli effetti indiretti potrebbero progressivamente estendersi a beni e servizi. Secondo Bankitalia, il rischio principale è che lo shock energetico si trasformi in inflazione persistente.
Le proiezioni della BCE indicano, nello scenario base, un aumento dell’inflazione al 2,6% nel 2026, prima di un ritorno verso il target. Ma negli scenari peggiori, con un conflitto più lungo e nuovi danni alle infrastrutture energetiche, l’inflazione potrebbe superare il 6%.
È proprio questo il punto che preoccupa Francoforte: evitare che l’aumento dei prezzi energetici finisca per radicarsi nelle aspettative di famiglie e imprese, alimentando una spirale tra prezzi e salari.
BCE prudente sui tassi: possibile nuova stretta se l’inflazione resiste
Per il momento la BCE ha scelto la cautela. Ad aprile il Consiglio direttivo ha lasciato invariata la politica monetaria, in attesa di capire quanto sarà duraturo lo shock energetico. Secondo Bankitalia, oggi le condizioni sono diverse rispetto al 2021-2022. I tassi ufficiali non sono più negativi e risultano vicini al cosiddetto “tasso neutrale”. Inoltre la domanda interna europea appare più debole e le aspettative di inflazione di medio termine restano relativamente ancorate.
Tuttavia il rischio di una nuova stretta monetaria non è escluso. Se i rincari energetici dovessero trasferirsi stabilmente all’economia reale, la BCE potrebbe essere costretta a irrigidire nuovamente la politica monetaria per evitare una fiammata inflazionistica duratura. Il messaggio di Panetta è chiaro: la politica monetaria non può impedire che il caro energia colpisca famiglie e imprese, ma deve evitare che l’inflazione diventi strutturale.
Debito pubblico e margini ridotti per nuovi aiuti
Uno dei temi più delicati riguarda lo spazio fiscale sempre più limitato. Dopo anni di politiche espansive, molti Paesi europei si trovano con livelli di debito elevati e margini ridotti per sostenere l’economia. Anche l’Italia resta particolarmente esposta. Il rialzo dei rendimenti obbligazionari e l’allargamento degli spread stanno irrigidendo le condizioni finanziarie proprio mentre famiglie e imprese affrontano nuovi aumenti dei costi energetici.
Secondo Bankitalia, l’incertezza elevata rischia di frenare ulteriormente consumi e investimenti. Le banche europee hanno già iniziato a irrigidire i criteri per la concessione del credito e prevedono di continuare a farlo nei prossimi mesi. Questo scenario potrebbe avere effetti diretti sulla crescita, soprattutto in un’economia come quella italiana che già soffre di produttività stagnante e bassa crescita strutturale.
PNRR e investimenti: la vera sfida resta la produttività
Negli ultimi anni uno dei principali motori della crescita italiana è stato il recupero degli investimenti, sostenuto in larga parte dal PNRR. Tra il 2021 e il 2025 gli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza hanno superato i 100 miliardi di euro, contribuendo in modo significativo all’accumulazione di capitale e al rafforzamento delle infrastrutture.
Secondo Bankitalia, il PNRR ha anche migliorato l’efficienza amministrativa, accelerando tempi e procedure. Il vero nodo, però, resta la produttività. Dall’inizio degli anni 2000 il prodotto per ora lavorata nel settore privato italiano è cresciuto appena del 6%, molto meno rispetto agli altri grandi Paesi dell’Eurozona.
Per Panetta, senza innovazione, capitale umano e investimenti tecnologici, l’Italia rischia di restare intrappolata in una crescita debole. Una sfida resa ancora più urgente dal calo demografico e dalla riduzione della popolazione in età lavorativa.