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Fondi pensione o TFR? Rendimenti a confronto nel lungo periodo. I PIP si confermano i prodotti più costosi

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Meglio lasciare il TFR in azienda o affidarlo ai fondi pensione? Alla delicata domanda che si pongono tanti lavoratori si può in parte rispondere con i numeri diffusi oggi dalla Covip. I dati a breve vedono come nel primo trimestre 2020 l’effetto Covid-19, al netto dei costi di gestione e della tassazione, ha visto i fondi pensione negoziali cedere un media il 5,2%, i fondi aperti il 7,5% e i Pip di ramo III il 12,1%. Dalla consueta Relazione annuale emerge però come, valutando i rendimenti su orizzonti più propri del risparmio previdenziale, l’impatto della crisi appare più limitato. Su un arco di 10 anni, i fondi pensione segnano rendimenti medi annui composti positivi: +3% per i fondi negoziali e i fondi aperti e +2,4 per i PIP di ramo III. La rivalutazione del Tfr tra inizio 2010 e primo fine primo trimestre 2020 si attesta al 2%.

A livello di costi, I PIP restano i prodotti più onerosi: su un orizzonte temporale di dieci anni, l’Indicatore sintetico dei costi (ISC) è in media del 2,20% (1,88% per le gestioni separate di ramo I e 2,30% per le gestioni di ramo III), mentre si conferma la minore onerosità dei fondi pensione negoziali (0,40%) e dei fondi pensione aperti (1,35%).

La Commissione di vigilanza sui fondi pensione rimarca come alla fine del 2019 le posizioni in essere sono 9,1 milioni (inclusive di posizioni doppie o multiple, che fanno capo allo stesso iscritto). Gli iscritti ai PIP “nuovi” si attestano a 3,3 milioni, 3,1 milioni quelli ai fondi negoziali, oltre 1,5 milioni quelli ai fondi aperti e circa 600.000 quelli ai fondi preesistenti. Gli uomini sono il 61,9% degli iscritti alla previdenza complementare (il 73,4% nei fondi negoziali) e il 52,9% ha età compresa tra 35 e 54 anni, mentre il 29,5% ha almeno 55 anni. Quanto all’area geografica, la maggior parte degli iscritti risiede nelle regioni del Nord (57%).

Per quanto riguarda le risorse accumulate dalle forme pensionistiche complementari a fine 2019, queste si attestano a 185 miliardi di euro, in aumento del 10,7% rispetto all’anno precedente, un ammontare pari al 10,4% del PIL e al 4,2% delle attività finanziarie delle famiglie italiane.

Il 2019, afferma la Covip, è stato un anno molto positivo per i mercati finanziari e in particolar modo per quelli azionari. Ne hanno tratto giovamento anche i rendimenti dei fondi pensione, dopo un decennio in cui sono già stati in media più che positivi. Al netto dei costi di gestione e della fiscalità, i fondi pensione negoziali e i fondi aperti hanno guadagnato in media, rispettivamente, il 7,2% e l’8,3%; per i PIP “nuovi” di ramo III, il risultato è stato del 12,2%.

Dall’indagine emerge che le forme pensionistiche complementari hanno dimostrato capacità di reazione alla crisi Covid sia per quanto attiene alla continuità operativa, sia in ordine alle modalità di interazione con gli iscritti. Ruolo importante hanno avuto anche i siti web, attraverso i quali sono state veicolate informazioni e indicazioni comportamentali da numerosi fondi pensione. Considerando l’andamento negativo dei mercati finanziari, la gran parte dei fondi pensione negoziali ha divulgato ai propri iscritti l’invito a non compiere scelte sull’onda emozionale, che potrebbero comportare il consolidamento di perdite. Da qui molti hanno consentito agli aderenti di annullare le richieste di switch, anticipazione, trasferimento o riscatto in precedenza presentate.