Fed, Warsh annuncia il «cambio di regime» alla Camera: difesa dell’indipendenza e addio all’era Powell
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Davanti alla Camera, il neo-presidente della Federal Reserve promette riforme profonde e blinda l’autonomia della banca centrale dalle pressioni della Casa Bianca. Sotto esame anche la comunicazione: ridotta la forward guidance e stop alle conferenze stampa automatiche.
Il test dell’indipendenza e la promessa di una svolta strutturale
L’audizione di Kevin Warsh davanti alla Commissione per i servizi finanziari della Camera si sta trasformando nel manifesto programmatico della sua presidenza, segnando una netta discontinuità con il passato. Incalzato dai parlamentari sul suo rapporto con Donald Trump, che non ha mai fatto mistero di pretendere un taglio dei tassi, Warsh ha blindato l’autonomia dell’istituto. Alla domanda diretta se sia pronto ad assumere decisioni basate esclusivamente sui dati macroeconomici, anche a costo di subire attacchi pubblici da parte del Presidente che lo ha nominato a maggio, la risposta del governatore è stata un secco e categorico: «Lo farò».
Questa difesa dell’indipendenza si inserisce in un disegno strategico molto più ampio. Warsh ha infatti annunciato la necessità di un vero e proprio «cambio di regime» nella politica monetaria, dichiarando apertamente l’intenzione di riconsiderare e riformare prassi storiche della Fed che non hanno dato i risultati sperati nel contenimento dell’inflazione negli ultimi cinque anni. A questo scopo, le cinque nuove task force di esperti e accademici recentemente istituite stanno già lavorando «partendo da un foglio bianco» per ridisegnare pilastri fondamentali come la gestione del bilancio da 6.700 miliardi di dollari, i modelli econometrici e la trasparenza verso l’esterno.
La svolta comunicativa: meno annunci e confronto a distanza con Powell
Il fulcro della rivoluzione di Warsh tocca da vicino la diplomazia dei mercati. Da sempre critico nei confronti della forward guidance, le indicazioni preventive sui futuri movimenti dei tassi che hanno spesso ingessato i banchieri centrali, il presidente ha optato per un approccio molto più prudente e discreto. L’obiettivo dichiarato è quello di non “scoprire le carte” in anticipo, preservando una totale imparzialità nella valutazione dei dati macroeconomici, che a giugno hanno finalmente mostrato un calo a sorpresa del CPI allo 0,4% mensile (pur con l’incognita del recente rialzo del petrolio Brent sopra gli 87 dollari dovuto alle tensioni USA-Iran).
Questa nuova filosofia si traduce anche in un potenziale strappo rispetto alla gestione di Jerome Powell: Warsh ha infatti evitato di confermare l’appuntamento fisso con la stampa dopo ogni singola riunione del FOMC. Una scelta che riflette anche la complessa dialettica interna a un comitato fortemente frammentato, dove i membri sono attualmente divisi tra chi prevede almeno uno o due rialzi dei tassi entro la fine del 2026 e chi, invece, propende per lo status quo o per un allentamento. In questo scenario di transizione, la parola d’ordine di Warsh al Congresso è chiara: meno promesse verbali, più pragmatismo ancorato ai dati reali.