La Fed lascia i tassi fermi tra il 3,5% e il 3,75%. Prospettive “incerte” e inflazione al 2,7%
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La Fed lascia i tassi invariati tra il 3,5% e il 3,75% con una decisione attesa, ma del tutto determinata dagli effetti della guerra americana in Iran. A pesare è in particolare l’inflazione oltre le attese al 2,7%. L’aumento oltre le aspettative dei prezzi all’ingrosso, unito alla nuova ondata di incertezza causata dalla guerra nel Golfo sta abbattendo anche le aspettative future a medio termine dei mercati sul taglio dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve. Escludendo, di fatto, un aggiustamento a breve.
Dopo la Fed, Wall Street è rimasta in territorio negativo: il Dow Jones ha perso l’1%, il Nasdaq lo 0,7%
Inflazione e Pil in crescita
La Federal Reserve ha rivisto al rialzo le previsioni di crescita economica e di inflazione per gli Stati Uniti. Nelle stime fornite contestualmente alla decisione sui tassi, ora indica un più 2,4% di crescita quest’anno, cui dovrebbe seguire più 2,3% del Pil il prossimo e più 2,1% nel 2028. Nelle stime dello scorso dicembre, la Fed indicava +2,3% di crescita quest’anno, +2% il prossimo e +1,9% nel 2028. Powell ha lodato “la solida crescita economica”, in particolare la spesa dei consumatori e gli investimenti delle imprese che sono “in buona salute”.
Ma in merito all’inflazione, ha spiegato che nel breve termine “il rialzo dei prezzi dell’energia spingerà verso l’alto l’inflazione complessiva, ma e’ ancora troppo presto per capire entità e durata dei possibili effetti sull’economia”. Per l’inflazione ora la banca centrale Usa pronostica 2,7% quest’anno, 2,2% il prossimo e il 2% nel 2028. Tre mesi fa prevedeva 2,4% quest’anno, 2,1% il prossimo e 2% del 2028.
L’impattto del conflitto
Secondo la Banca Centrale Usa che ha votato quasi all0unanimità, le ripercussioni economiche della guerra in Medio Oriente sull’economia americana sono “incerte”. La banca centrale “è attenta ai rischi”, ha aggiunto.
“L’incertezza sull’outlook economico resta elevata. La ripercussioni economiche degli sviluppi in Medio oriente per l’economia americana sono incerte”, si legge nel comunicato della Fed, nel quale si assicura che la banca centrale continuerà a monitorare le implicazioni sull’economia legate alle informazioni che arriveranno. La Fed è pronta ad aggiustare la sua politica monetaria come appropriato se – continua il comunicato – emergeranno rischi che possono impedire il raggiungimento degli obiettivi della massima occupazione e della stabilità dei prezzi”. Dei 12 membri del Fomc, 11 hanno votato a favore del mantenimento dei tassi invariati, e solo uno – Stephen Miran nominato da Donald Trump – ha votato contro preferendo una riduzione del costo del denaro di un quarto di punto.
Il consensus sui tagli futuri
Con buona pace del presidente Donald Trump, che nei giorni scorsi ha continuato a imbeccare il presidente Powell sul taglio dei tassi, la piattaforma FedWatch di Cme mostra un consensus del 18,2% che la Banca centrale statunitense operi un taglio di 25 punti base a giugno (portandolo 3,25%/3,5%), del 27,5% a fine luglio e del 34,5% a settembre. Probabilità lievemente superiori nel meeting di dicembre (40,3% contro il 39,1% di tassi stabili).
Ieri in serata la Fed ha previsto in outlook un taglio dei tassi nel 2026 e uno taglio nel 2027.
La nuova inflazione
“Il problema – commenta Gabriel Debach, market analyst eToro per l’Italia – è che, mentre la crescita si opacizza, l’inflazione non rientra abbastanza. L’headline PCE è ancora al 2,8%, il core PCE al 3,1%. Ed è qui che si rompe la simmetria. Perché quando crescita e occupazione rallentano mentre l’inflazione resta troppo alta, la politica monetaria perde linearità. Non puoi tagliare facilmente, perché il target non è ancora raggiunto. Non puoi stringere ancora, perché il ciclo economico si sta già raffreddando. La Fed si ritrova in quella zona intermedia che tutte le banche centrali temono: non guida più il ciclo, ma lo gestisce con cautela, cercando più di non sbagliare che di imprimere una direzione. Ed è proprio in questa zona intermedia che cambia il ruolo dei tassi. Per anni abbiamo letto la politica monetaria come uno strumento diretto contro l’inflazione da domanda. Oggi non è più così. L’inflazione che abbiamo davanti è offerta. È energia. È geopolitica”.