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ENI: analisti vedono terzo trimestre debole, l’impatto della crescita in Norvegia

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Tempi difficili per le oil company, strette fra la perdurante debolezza del prezzo del petrolio e la svolta dell’economia globale verso orizzonti sostenibili. Così, analisti e investitori stanno cominciando a rivedere le loro strategia di investimento anche sui gruppi industriali italiani attivi e legati al settore degli idrocarburi.
Fra tutti spicca ENI, le cui quotazioni in borsa sono tornate ai livelli di inizio anno a 13,68 euro dopo aver toccato un massimo di 16,05 euro lo scorso mese di maggio. La multinazionale energetica italiana che ha anche avviato un massiccio programma di buy back (a oggi detiene l’1.39% del capitale sociale) presenterà i conti del terzo trimestre 2019 il prossimo 25 ottobre e già gli analisti hanno cominciato a mettere le mani avanti facendo previsioni, anche alla luce delle recenti acquisizioni in Norvegia. Spicca in particolare il giudizio di Equita che, alla luce delle considerazioni descritte ha abbassato il prezzo obiettivo su Eni da 20 a 19 euro, confermando la raccomandazione buy.

Equita taglia le stime su intero 2019

“Riduciamo le stime di Eps 2019 del 14% incorporando uno scenario di prezzo degli idrocarburi meno favorevole nel secondo semestre”, spiegano gli analisti. “Per il 2020 le stime su ENI sono limate dell’1% e la previsione sul Brent è ancora pari a 75 usd/barile, uno scenario abbastanza ottimista, data la progressiva debolezza della domanda, ma che potrebbe essere possibile in caso di ulteriori tagli Opec e l`inasprirsi delle problematiche produttive legate ad un clima geopolitico surriscaldato. Gli eventi destabilizzanti in quasi tutta l`area mediorientale sono stati recentemente in aumento (Arabia Saudita, Yemen, Iraq, Iran, Turchia, Siria) e un’eventuale ulteriore escalation avrebbe effetti materiali sui prezzi del greggio”.

Gli investimenti di ENI in Norvegia

Sui conti futuri di ENI non si può fare a meno di considerare la recente acquisizione degli asset dell’americana ExxonMobil in Norvegia. Lo scorso 26 settembre ENI, attraverso la controllata Var Energi, ha firmato un accordo per rilevare quote di partecipazione in oltre 20 giacimenti produttivi nel Mare del Nord per una produzione di spettanza di circa 150.000 barili di petrolio al giorno. Secondo i termini dell’accordo, il corrispettivo della transazione ammonta a 4,5 miliardi usd a valere sull’esercizio 2019. Il portafoglio di asset di ExxonMobil rappresenta un’acquisizione strategica per Var Energi che, a seguito dell’acquisizione, diventerà la seconda più grande compagnia E&P in Norvegia dopo Equinor, con riserve e risorse totali pari a circa 1,9 miliardi di boe. La produzione totale stimata sarà di circa 300.000 boepd nel 2019, e di oltre 350.000 boepd nel 2023 grazie a un robusto programma di investimenti fino a 7 miliardi di dollari.

I rischi dell’esposizione upstream

Sempre secondo gli esperti di Equita, gli investimenti in Norvegia rivestono un senso strategico per ENI: “l’attività è’ sinergica con l’attività di Var Energi, aggiunge una maggior esposizione a un’area geografica stabile e a minor rischio rispetto al portafoglio esistente, permette di aggiungere redditività immediata al portafoglio, quindi è accrescitiva in termini di utile per azione, data la bassa leva finanziaria di bilancio”. Tuttavia – aggiungono gli esperti – “l’acquisizione rischia di incrementare ulteriormente l’esposizione di ENI al segmento upstream che è preponderante sugli utili: il 90% dell’ebit esporrebbe maggiormente il gruppo a un’area in declino produttivo e non fornirebbe il ruolo di operatore sui campi in oggetto, mentre ENI solitamente riesce a estrarre valore nei campi da lei gestiti con elevate percentuali di partecipazione”.