Dollaro, Treasury e obbligazioni: ecco quale sarà l’impatto sui mercati con Warsh alla Fed
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La nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve non sarà senza impatti per gli investitori. La sua scelta da tempo solleva dubbi sull’indipendenza della banca centrale e sulle conseguenze per i mercati finanziari. Pur dichiarandosi favorevole all’autonomia della Fed, Warsh critica l’attuale gestione dei tassi, la misurazione dell’inflazione e la comunicazione della politica monetaria, in linea con alcune posizioni del presidente Usa Donald Trump. Cosa aspettarsi dunque con il suo mandato e quale sarà l’impatto sul mercato?
Principali cambiamenti attesi
Secondo una analisi di Pictet Am, la nomina genererà 5 cambiamenti importanti:
Una maggiore influenza del governo sulla politica monetaria: potrebbe portare a tassi più coerenti con gli obiettivi di crescita e spesa pubblica dell’amministrazione, aumentando i premi al rischio richiesti dagli investitori sui titoli di Stato USA.
Un nuovo approccio all’inflazione: Warsh preferisce la “median inflation”, che oggi indica un’inflazione inferiore rispetto all’indicatore ufficiale della Fed (PCE). Questo indicatore, che esclude i valori di inflazione più alti e più bassi, tende a mostrare pressioni sui prezzi inferiori rispetto alla misura attualmente utilizzata dalla Fed, ovvero l’indice dei prezzi della spesa al consumo personale (PCE). Il ricorso alla media rettificata per orientare la politica monetaria suggerisce che, sotto la guida di Warsh, i tassi d’interesse sarebbero più bassi rispetto a quanto sarebbero altrimenti. Attualmente la lettura prodotta da questo indicatore si attesta intorno al 2,3%, oltre mezzo punto percentuale sotto il benchmark ufficiale della banca centrale: il divario più ampio registrato dalla pandemia di COVID. Tuttavia, ciò non implica necessariamente l’inizio di una stagione di tagli aggressivi dei tassi.
Una politica anti-inflazione più rigorosa: vuole superare il sistema che tollera temporanei scostamenti dal target del 2%, rendendo la Fed più pronta ad alzare i tassi se l’inflazione supera l’obiettivo.
Meno forward guidance: Warsh ritiene che indicare in anticipo il percorso dei tassi riduca la flessibilità della banca centrale. Una comunicazione meno prevedibile aumenterebbe però la volatilità dei mercati.
Una riduzione del bilancio della Fed: è favorevole a diminuire rapidamente le consistenti partecipazioni della banca centrale in titoli di Stato e appare meno incline a utilizzare strumenti straordinari come il quantitative easing.
A suo parere, gli attuali 7.000 miliardi di dollari di partecipazioni della banca centrale in titoli di Stato sono troppi e non ha fatto segreto del suo desiderio di ridurli il prima possibile
Possibili effetti sui mercati
Secondo l’analisi, gli effetti sui mercati riguarderanno rendimenti dei Treasury Usa più elevati, una curva dei rendimenti più ripida, una maggiore volatilità del dollaro, un minore sostegno della Fed ai mercati in caso di crisi e premi a termine strutturalmente più alti sulle obbligazioni a lunga scadenza.
L’impatto per le obbligazioni
Una Fed guidata da Warsh potrebbe essere meno prevedibile, più orientata a ridurre il proprio bilancio e potenzialmente più influenzata dal contesto politico, con effetti di rialzo sui rendimenti obbligazionari e maggiore volatilità finanziaria.
La banca centrale statunitense sarà più incline ad aumentare i tassi se l’inflazione supera il 2%. Lo scenario più probabile in un momento in cui i prezzi dell’energia sono in aumento è una Fed che mantiene tassi d’interesse reali più alti più a lungo, esercitando così anche una pressione al rialzo su rendimenti obbligazionari e dollaro.
Mitigare gli effetti
“Per gli investitori obbligazionari con portafogli diversificati, il cambio di leadership alla Fed non richiede di rivedere radicalmente le loro allocazioni. Tuttavia, ci sono tre misure cautelative da considerare: la prima è la riduzione del rischio di tasso d’interesse, concentrandosi sugli investimenti in obbligazioni a duration più bassa. Questo è dovuto al fatto che le questioni relative all’indipendenza della banca centrale e al crescente rischio di dominio fiscale (vale a dire di controllo di un governo sui tassi d’interesse) potrebbero avere effetti negativi sulle obbligazioni a più lunga scadenza.
La seconda misura sarebbe un aumento dell’allocazione del portafoglio sul credito investment grade core, meno sensibile a tali rischi.
Infine, il terzo passo potrebbe consistere nell’investire una fetta maggiore dei propri asset a reddito fisso nelle obbligazioni sovrane emergenti. Sebbene quest’ultima opzione comporti un maggiore rischio, la frammentazione dell’economia mondiale e i miglioramenti nel modo in cui vengono gestite le economie emergenti sostengono un upgrade strategico dei mercati emergenti all’interno del mix obbligazionario complessivo. Ciò significa investire in Paesi con bilanci solidi, banche centrali ortodosse e mercati locali sempre più consolidati”.