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Def, Tria: ‘farà scontenti più a Roma che a Bruxelles’. Rumor su target Pil 2019. L’eterno nodo del debito

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La linea Tria, che molti fanno notare ha già vinto nel dossier dei risarcimenti ai risparmiatori truffati, ‘rischia’ di vincere anche nel Def. Per lo meno, è quanto dice lo stesso ministro dell’economia, in un’intervista pubblicata oggi su La Repubblica, laddove parla di un “Documento di economia a finanza che farà più scontenti a Roma che a Bruxelles“.

Il titolare del Tesoro non manca di strigliare i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini che, in vista delle elezioni europee, stanno duellando da tempo:

“La maggioranza sia responsabile e pensi alla crescita. In nessun altro Paese europeo c’è un governo che gode del sostegno dell’elettorato e del Parlamento solido come in Italia. La maggioranza ha un grande capitale politico, e quindi una grande responsabilità, che deve mettere al servizio della crescita, alla vigilia di un Documento di economia a finanza che farà più scontenti a Roma che a Bruxelles”.

Il monito alla coppia sul punto di scoppiare Di Maio-Salvini è chiaro. Il ministro rileva “con tutta evidenza il bisogno di dare un altolà a una maggioranza che appare senza pace e si muove, spaccata, solo in vista della campagna elettorale per le europee”.

Tornando al Def, si tratterà di un documento che “sarà essenzialmente a legislazione invariata, tranne l’impatto delle misure sulla crescita che stiamo varando”.

Ovvero?

“Si specificherà che si sta lavorando perché la legge di Bilancio accolga una continuazione delle riforma fiscale nella direzione del programma di governo e nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica fissati nello stesso Def che stiamo varando. Evidentemente si tratta di una manovra complessa che dovrà toccare sia il lato delle entrate sia il lato delle spese”.

Sul motivo per cui l’Italia è in recessione, il titolare del Tesoro spiega:

“I Paesi più colpiti in Europa, sono le due principali potenze manifatturiere, ossia Germania e Italia. La Germania parte da livelli di crescita del Pil più alti dei nostri e quindi anche il rallentamento non la porta a livelli di crescita vicini allo zero; ma la differenza tra il nostro Paese e loro si mantiene costante, mentre anche secondo stime di organismi internazionali già nel 2020 il gap di crescita tra l’Italia da una parte e la Germania e l’Eurozona dall’altra, si ridurrà. E poi, qualunque cosa si possa pensare della legge di bilancio per il 2019, compreso il reddito di cittadinanza e quota 100, questa non ha ovviamente ancora dato i suoi effetti. Bisognerà aspettare la seconda metà dell’anno per vederne qualcuno, così come per vedere gli effetti delle misure urgenti per la crescita che spero siano approvate questa settimana”.

Anche il ministro, insomma, ritiene che sia troppo presto per tirare le somme, visto che i due cavalli di battaglia della Lega e del M5S, rispettivamente quota 100 e reddito di cittadinanza, devono ancora far sentire i loro effetti.

C’è poi anche la questione della flat tax, che Salvini vuole far entrare a tutti i costi nel Def. Il riferimento è a un’aliquota pari al 15% che dovrebbe scattare a favore delle famiglie con redditi fino a 50.000 euro, come ha confermato lo stesso vicepremier leghista, aggiungendo che “dall’anno prossimo studieremo la soglia al di sotto della quale inizieremo a sperimentarla”.

In attesa del Consiglio dei ministri che si terrà oggi sul Def, il Sole 24 Ore riporta alcune indiscrezioni sul contenuto del Documento di economia e finanza:

“Ad agitare il governo – si legge nell’articolo di Gianni Trovati – ci sono gli obiettivi di crescita da certificare nel Def, che continuano a oscillare fra il prudente 0,2% del Mef e le ambizioni di Lega e M5S che puntano almeno allo 0,3%-0,4%. Il tutto, mentre il decreto che alla ‘crescita’ è intitolato deve ancora risolvere i problemi di copertura”.

Tra l’altro, il quotidiano di Confindustria riporta che le bozze fissano al 132,6% il target del debito-Pil per quest’anno. La cifra potrebbe però lievitare nei testi finali per i dati Istat.

In attesa Def su truffati banche vince Tria

Intanto, il ministro Tria, come fanno notare diversi articoli della stampa italiana, è emerso come vincitore nella tormentata vicenda dei risarcimenti ai risparmiatori cosiddetti truffati. A vincere, è stata infatti la sua linea.

Certo, il premier Giuseppe Conte ha fatto come al solito da arbitro rispondendo, a chi gli chiedeva se avesse appunto vinto la linea Tria, che a vincere sono stati i truffati, ovvero i risparmiatori italiani che hanno pagato con i loro risparmi i crac bancari degli ultimi anni, che hanno visto protagoniste le note quattro banche Carichieti, CariFerrara, Banca Marche e Banca Etruria, e le venete Veneto Banca e Popolare di Vicenza.

“Ha vinto la linea dei truffati, non c’è una linea Tria, Conte o Bruxelles. Abbiamo fatto passi avanti, è una soluzione innovativa, mai applicata”, ha detto il presidente del Consiglio.

Ma l’amaro in bocca, il vicepremier e leader pentastellato Luigi Di Maio, sicuramente ce l’avrà, visto che il governo M5S-Lega ha detto sì ai rimborsi automatici, ma non per tutti.

L’esecutivo ha optato per il doppio binario, proprio quello voluto dal titolare del Tesoro. E le 17 associazioni presenti nel vertice che si è tenuto ieri con l’esecutivo giallo-verde, hanno accettato.

Gli indennizzi saranno automatici per coloro che hanno un reddito ai fini Irpef entro i 35mila euro l’anno o valori mobiliari sotto i 100mila euro. In base a questi due requisiti, il governo prevede che i rimborsi dovrebbero interessare il 90% dei risparmiatori.

Con la soluzione trovata “verrebbe soddisfatto circa il 90% della platea, che beneficerebbe di un rimborso diretto”, ha detto lo stesso premier Conte.

Per gli altri è previsto un arbitrato che il governo M5S-Lega ha assicurato sarà più veloce, grazie alla tipizzazione delle violazioni massive. Questo significa che gli investimenti effettuati dai risparmiatori verranno categorizzati e studiati da una commissione creata ad hoc, composta da nove esperti indipendenti. Il risarcimento sarà pari al 30% delle somme perdute dagli azionisti, mentre gli obbligazionisti subordinati riavranno indietro il 95 per cento del capitale andato in fumo.