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Crisi liquidità del Libano mette in ginocchio anche la Siria, svalutazione record della valuta locale

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Il collasso finanziario del Libano, che ha chiesto anche aiuti ai paesi amici, si ripercuote anche sulla vicina Siria. I trasferimenti di dollari in Siria sono diminuiti quasi a zero, ha riferito nei giorni scorsi l’agenzia Reuters, e così il biglietto verde è arrivato a scambiato al cambio non ufficiale a circa mille lire siriane, un record negativo per la valuta di Beirut. Il Libano rappresenta per la Siria uno dei pochi canali finanziari e le proteste scoppiate a Beirut a metà ottobre hanno messo in ginocchio il sistema bancario libanese.  Una crisi finanziaria che ha comportato controlli sul settore creditizio del Libano, limitando i prelievi di valuta e limitando i trasferimenti finanziari all’estero e in particolare alla vicina Siria. I destini dei due paesi medio orientali sono strettamente legati. Migliaia di rifugiati siriani si trovano in campi di fortuna lungo il confine tra Libano e Siria, facendo affidamento su aiuti internazionali.

La crisi libanese

Crocevia di intrighi bellicosi in Medio Oriente e ultimamente sfiancato dalla guerra in Siria, il Libano risulta sull’orlo del collasso finanziario. La crisi politica e sociale, basata su un sistema settario e corrotto, con un livello di disoccupazione fra i più alti al mondo, stanno mettendo la tenuta di un’economia che fino a dieci anni fa vantava tassi di crescita del 9% all’anno.
Il premier uscente Saad al-Hariri si è rivolto nei giorni scorsi ai paesi amici (Francia, USA, Arabia Saudita, Russia, Turchia, Cina ed Egitto) chiedendo aiuti volti a permettere di importare beni di prima necessità quali cibo e materie prime per la trasformazione.

L’alto indebitamento accumulato, causato dalla prosperità generata dall’ancoraggio della lira libanese al dollaro e dai corposi finanziamenti dei Paesi del Golfo verso un sistema bancario ritenuto solido, sono la causa principale della crisi scoppiata a settembre e degenerata con le manifestazioni di piazza di metà ottobre che hanno portato alla caduta del governo. Sui mercati, le quotazioni dei titoli di stato libanesi in dollari alla borsa del Lussemburgo sono crollate dopo che le agenzie di rating hanno ulteriormente declassato il merito creditizio di Beirut e la lira libanese al mercato nero è in picchiata. La banca centrale ha adottato misure di emergenza a sostegno delle banche locali: tasso d’interesse massimo del 5% sui depositi in dollari e dell’8,5% su quelli in lire libanesi.

Obbligazioni libanesi in picchiata

Le obbligazioni con scadenza marzo 2020 rendono ormai più del 130%, quelle a cinque anni con scadenza 2025  il 26%, mentre quelle a dieci anni, con scadenza 2030 offrono un rendimento del 19%. Tecnicamente l’inversione della curva dei rendimenti, cioè quando i bond più corti rendono più di quelli lunghi, mostra un’alta probabilità di default già nel 2020, come ha dichiarato Mohieddine Kronfol, ceo di una società d’investimenti in Medio Oriente e Nord Africa che investe anche per conto del fondo Franklin Templeton, in una recente intervista a Bloomberg. “Serve una rapida soluzione, un accordo coi creditori, per evitare il peggio”, cioè che il Libano collassi sotto il peso di un debito che ammonta oggi a 30 miliardi di dollari (46 miliardi se si considerano anche gli interessi) e con un deficit/Pil al 155%, fra i più alti al mondo.

La crisi politica e le manifestazioni di piazza

Ad appesantire il clima, come detto, è anche la crisi politica e le proteste di piazza contro la corruzione che hanno portato il premier Saad al-Hariri a rassegnare le dimissioni a fine ottobre lasciando il Libano senza un governo. Evento che ha spinto Moody’s a tagliare il rating del Paese a CCC con outlook negativo da B- citando maggiori rischi finanziari derivanti dalla crisi politica. La formazione di un nuovo esecutivo a guida dell’ex ministro delle finanze Mohammad Safadi, se dal punto di vista politico potrebbe dare stabilità al Paese, non trova fiducia fra i cittadini e agli occhi degli investitori internazionali non sembra rassicurare i mercati. Si teme la fuga dei capitali, motivo per cui le banche sono rimaste chiuse per molto tempo, nonostante le rassicurazioni del governatore della banca centrale, Riad Salameh, sulle disponibilità finanziare del sistema creditizio e sul pagamento di interessi e rimborso delle obbligazioni per 1,5 miliardi di dollari in scadenza il 28 novembre.
Secondo Franklin Templeton che possiede oltre 690 miliardi di assets in tutto il mondo, il prossimo governo non deve perdere tempo a rinegoziare il debito coi creditori per evitare il collasso del Paese. Le riserve del Libano superano i 30 miliardi di dollari ma sono in deterioramento e le banche possiedono il 65% del debito pubblico, con la lira libanese che sta diventando carta straccia sul mercato nero. E più passa il tempo – aggiunge Kronfol – più aumentano le difficoltà che il Libano non riesca a ristrutturare volontariamente il debito accumulato coi creditori. Anche perché il recente tentativo di trovare una sponda di sostegno con Paesi amici del Golfo e dell’Occidente, che finora hanno finanziato il Libano, è naufragato. Tuttavia la fiducia nel sistema bancario libanese, è ancora forte – dicono gli analisti – . Nonostante la crisi in corso, nel 2019 le rimesse degli espatriati dovrebbero restare superiori ai 7 miliardi di dollari e le riserve della Banca centrale sono a un livello sufficiente per mantenere l’ancoraggio della lira al dollaro che non ha pari, quanto a durata, in nessun Paese al mondo.