Codice LEI e PMI: il passaporto per i mercati internazionali
Durante la crisi finanziaria del 2008, regolatori e autorità di vigilanza si resero conto di quanto fosse difficile tracciare con precisione “chi stesse facendo cosa” sui mercati.
Così, quattro anni dopo, venne introdotto il LEI, acronimo di Legal Entity Identifier, un codice alfanumerico univoco di 20 caratteri: è, in pratica, un “passaporto” che identifica in modo univoco e inequivocabile un’impresa in qualsiasi transazione finanziaria a livello mondiale, incrementando la trasparenza e riducendo – tra gli altri – i rischi sistemici e di riciclaggio e frode.
In presenza di società con denominazioni simili, dati incompleti o informazioni riportate in modo diverso da una controparte all’altra, il LEI permette infatti di ricondurre l’operazione al soggetto giuridico esatto, facilitando – al contempo – i controlli richiesti durante la pratica.
Inizialmente, l’introduzione del LEI venne percepita dalle piccole e medie imprese come una novità riguardante unicamente il mondo enterprise, perché poco avvezze alla finanza globale.
Successivamente, soprattutto con l’estensione di normative quali MiFID II, molte PMI iniziarono a intuirne la necessità, ad esempio, per operare con banche e intermediari o per ampliare il proprio business soprattutto all’estero.
In quest’ottica, ancora oggi, è importante per questi tipi di impresa comprendere bene in cosa consiste il codice LEI.
Ruoli nell’impresa e codice LEI
In una PMI, la tipologia di figura aziendale interessata al LEI dipende spesso dalla sua dimensione o organizzazione.
Nelle imprese più strutturate, i ruoli maggiormente coinvolti possono essere: il Responsabile finanziario che gestisce le transazioni finanziarie e i rapporti con le banche, il Sales o Export manager che può fornirlo o richiederlo alle proprie controparti internazionali e, ancora, il Direttore amministrativo spesso incaricato del rinnovo e degli aggiornamenti del LEI.
A tal proposito va ricordato, infatti, che il codice decade se non rinnovato ogni anno (con conseguente blocco delle transazioni) e che la mancata comunicazione della variazione di dati (es. cambio denominazione, sede o assetto proprietario) può creare disallineamenti nei registri ufficiali.
In molte imprese però tali funzioni fanno capo direttamente all’imprenditore che spesso gestisce le questioni riguardanti il LEI insieme al commercialista di fiducia.
Quando il LEI deve o può essere utilizzato
Il possesso del codice LEI è un adempimento specifico e selettivo, ma inderogabile quando obbligatorio. Come in una delle seguenti situazioni in cui l’impresa potrebbe trovarsi:
- Operatività sui mercati finanziari regolamentati (MiFID II / MiFIR), cioè in caso di negoziazione, anche occasionale, di azioni, obbligazioni, derivati, ETF e altri strumenti su mercati regolamentati o tramite intermediari soggetti a MiFID II
- Operazioni in derivati soggette a obbligo di segnalazione (EMIR), cioè in caso di contratti derivati – anche a semplice copertura di rischi di tasso su un mutuo o di cambio – che necessitino di segnalazione ai trade repository nel rispetto dell’European Market Infrastructure Regulation
- Emissione di titoli di debito, cioè in caso di emissione di proprie obbligazioni o altri titoli di debito sui mercati regolamentati (con obbligo del LEI a carico sia dell’impresa emittente sia dei soggetti coinvolti nell’operazione)
- Rapporti con alcune banche e istituti finanziari, cioè nel caso in cui tali soggetti lo esigano come requisito preliminare per operazioni quali trade finance internazionale, finanziamenti strutturati o operazioni con controparti estere.
Al di fuori degli obblighi normativi, il LEI può essere richiesto o rivelarsi utile in caso di:
- Export e commercio internazionale
- Partecipazione a gare d’appalto internazionali
- Relazioni con grandi gruppi industriali o multinazionali
- Accesso a finanziamenti europei o programmi di investimento
Il codice LEI tra concreti casi d’uso e benefici per l’impresa
Alcuni esempi pratici possono aiutare a comprendere meglio la necessità e i benefici del LEI.
Una piccola impresa metalmeccanica veneta, specializzata nella produzione di macchinari industriali, esporta in un paese extra UE: per coprirsi dal rischio di cambio e bloccare il tasso sul prossimo semestre, intende stipulare un contratto forward con la propria banca ma, trattandosi di un derivato soggetto a EMIR, occorre il codice LEI.
Un’azienda agricola siciliana di medie dimensioni, che integra coltivazioni e allevamenti biologici, dispone di una certa liquidità temporanea e vorrebbe investirla in un ETF obbligazionario tramite la propria banca: in base alla normativa MiFID II, l’operazione è ineseguibile senza il LEI.
Un laboratorio tessile artigianale lombardo, specializzato nella produzione di seta d’alto pregio, viene contattato da una nota realtà francese dell’haute couture per inserirlo tra i propri fornitori: per il sistema di procurement del brand transalpino, il codice LEI è indispensabile.
Una startup tecnologica del Lazio mira a raccogliere capitale tramite un’operazione di crowdfunding su piattaforma equity regolamentata: questa però richiede il LEI per avviare la campagna di finanziamento.
In sintesi, il possesso del codice LEI è spesso inderogabile per l’accesso ai mercati finanziari, incrementa la trasparenza e credibilità dell’impresa, semplifica i processi KYC (Know Your Customer) e facilita il trade finance internazionale.
Una sorta di passe-partout per il business – per di più facile, rapido ed economico da ottenere – di cui, però, molte PMI diventano consapevoli spesso troppo tardi, magari quando devono chiudere un’operazione urgente.
Allora, meglio farsi trovare pronti e dotarsene prima che diventi un’emergenza.