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Chimera pensione per i giovani: i calcoli per età e genere. La previdenza integrativa diventa una necessità con tassi sostituzione a picco

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L’allarme pensioni è sempre più pressante in Italia, in particolar modo per generazioni quali i Millenials. Nel 2020 in Italia il rapporto spesa pensionistica/PIL – uno degli indici con cui si misura la sostenibilità del welfare pubblico – è schizzato al 17% ben oltre il 15% che dieci anni fa si prevedeva per quest’anno. A preoccupare sono poi i fattori demografici con l’OCSE  che ricorda come chi entra oggi nel mondo del lavoro passerà il 33,6% della propria vita in pensione. Ad oggi solo il 35% dei lavoratori dipendenti ha deciso di destinare il proprio TFR a una forma di previdenza integrativa. Complessivamente, solo 23 italiani su 100 stanno versando in previdenza integrativa, ossia solo 1 italiano su 4 sta pensando al proprio futuro pensionistico. Tra l’altro, a fine 2019, si registrano oltre 2 milioni (2.179.285) di silenti ossia persone che hanno un fondo pensione ma che hanno smesso di versare.
Numeri che invitano ogni cittadino a riflettere sulla sempre più stringente necessità di integrare la pensione pubblica con una qualche forma di previdenza complementare.

Pensione pubblica: tassi di sostituzione a picco per i 30enni

Una ricerca realizzata da Moneyfarm in collaborazione con Progetica si sofferma proprio sulla previdenza integrativa e elabora un caso di studio ad hoc su 8 profili di italiani, pari a 3.251.626 abitanti, (poco più del 5% della popolazione) di uomini e donne oggi trentenni, quarantenni, cinquantenni e sessantenni.

Per quanto riguarda la pensione pubblica per il 44% di occupati in queste fasce d’età, rappresentativi di 1.430.877 lavoratori, l’età di pensionamento va dai 66 anni e 11 mesi delle sessantenni fino ai 72 anni dei trentenni. La stima dei valori delle pensioni medie nette oscilla tra i 1.227€ delle donne quarantenni e i 1.560€ degli uomini sessantenni, con una media complessiva per gli 8 profili di 1.337€ netti al mese. I tassi di sostituzione percentuali cadono a picco per le nuove generazioni, passando dal 71% di coloro che oggi hanno 60 anni al 48% per le donne che hanno compiuto 30 anni nel 2020. L’obiettivo di poter contare sull’80% del proprio stipendio al momento della pensione appare quindi appartenere al al passato.

Forbice salariale tra uomini e donne

Per il valore della pensione, considerando la curva media di evoluzione dei redditi nel tempo dei lavoratori dipendenti del settore privato, la forbice tra uomini e donne è nell’ordine del 17%-18% per le donne trenta-quarantenni e 21%-22% per cinquanta-sessantenni, con una media del 19,7%. L’effetto della forbice salariale si esprime sul valore della pensione, soprattutto al crescere dell’età, con differenze comprese tra il 6% e il 21%, con una pensione media di 1.438€ per gli uomini e di 1.236€ per le donne, equivalente ad una forchetta del 16%. Le stime fatte da Moneyfarm ipotizzano continuità lavorativa dai 25 anni fino al momento della pensione. Inoltre, assumono la permanenza della legislazione corrente, elemento non scontato visto il lungo periodo e le pressioni sul sistema previdenziale.

L’apporto della previdenza integrativa

Tra i lavoratori occupati del campione (1.430.877), quelli con un fondo pensione sono quasi uno su tre (31,7%), circa 454.291 iscritti, con una pensione integrativa media ottenibile in futuro di 371€ netti al mese, mentre per gli uomini è di 423€, per le donne di 320€, con una forbice del 32%. Gli uomini trentenni di oggi che hanno già iniziato a contribuire potranno ottenere 765€ netti al mese ma il problema – afferma la ricerca – è che solo il 25% dei giovani lavoratori e il 20% delle giovani lavoratrici analizzati ha oggi un fondo pensione.

Sommando previdenza pubblica e complementare dei 3.251.626 cittadini (inclusi anche gli inattivi e i disoccupati) nati negli anni presi oggetto di indagine, solo il 14% ha un fondo pensione e potrebbe garantire complessivamente 1.708€ netto al mese. Il 30% del campione non ha un fondo pensione e potrebbe quindi contare solo della pensione pubblica, di 1.337€ netto al mese. Un 9% di inoccupati potrebbe avere un fondo pensione, ma probabilmente ha smesso di versare. Il restante 47% potrà sostenersi solamente con pensioni già in erogazione o altre forme assistenziali.

L’identikit dell’italiano che versa in previdenza integrativa

Il progetto di ricerca targato MoneyFarm poi traccia l’identikit dell’italiano che versa in pensione integrativa: si iscrive tardi, versa poco, con un basso rischio e alla fine preferisce avere un capitale: ecco l’identikit dell’aderente medio alla previdenza integrativa che lascia purtroppo poco spazio alle interpretazioni. Chi sta facendo qualcosa, oggi, in media, non sta facendo abbastanza. L’aderente medio è maschio (al 62%), ha 46 anni, versa 225€ al mese, finora ha messo da parte 22.400€ e al termine preferisce riscattare l’intero capitale. Se differenziamo per generi e per età gli uomini mensilmente versano di più (237€) delle donne (192€). Il contributo medio sale all’aumentare dell’età e quindi delle disponibilità economiche.
A livello nazionale, a fine 2019, si sono accantonati 178€ miliardi in previdenza integrativa (22.400€ medio per iscritto); per quasi una posizione su quattro, tuttavia, il capitale accumulato non supera i 1.000€ complessivi. Numeri che fanno molto riflettere su quanto stiano effettivamente facendo quei pochi cittadini catalogati come “italiani che stanno versando per il proprio futuro pensionistico”.
Paolo Galvani, Co-fondatore e Presidente di Moneyfarm, ha commentato: “E’ fondamentale accompagnare il cittadino, tramite un valido e concreto supporto, nella scelta di una pensione integrativa. Un servizio che aiuti a comprendere meglio le caratteristiche di ciò che offre il mercato e a superare l’inerzia che spesso impedisce di pensare al futuro. Nei paesi dove la previdenza integrativa è più diffusa, il cittadino ha mediamente più familiarità con il concetto di pianificazione finanziaria e sa riconoscere il valore della consulenza professionale”.