Bitcoin vola a +25% dai minimi, boom Ethereum. E Ray Dalio parla di ‘battaglia finale’ per credibilità finanziaria degli Usa
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Nuovo allungo del Bitcoin che insieme alle altre cripto conferma il trend di forte risalita dai minimi. La cripto regina si è spinta stamattina oltre la soglia dei 75mila dollari, portando a circa +25% la risalita dai minimi in area 60mila toccati il mese scorso. La capitalizzazione del bitcoin è così tornata a ridosso di 1.500 miliardi di dollari, ovvero il 58,49% della capitalizzazione totale delle criptovalute.
Torna la voglia di cripto
Gli ETF bitcoin spot hanno registrato circa 767 milioni di dollari di flussi netti la scorsa settimana, portando a tre la striscia di settimane consecutive di flussi positivi, che fa seguito alla serie di deflussi di oltre 3 miliardi di dollari di cinque settimane all’inizio dell’anno.
Il Bitcoin, reduce da cinque mesi consecutivi di ribassi, mostra adesso una forza relativa in questo periodo con una sopraperformance di oltre il 13% rispetto all’oro. La correlazione a 90 giorni tra i due asset è passata da -0,27 a +0,29 in sei mesi.
Nel loro complesso gli asset digitali hanno registrato afflussi per 1,06 miliardi di dollari. “Ciò evidenzia la resilienza del settore in un contesto di forte stress geopolitico e rafforza il ruolo di Bitcoin come bene rifugio alternativo”, argomenta James Butterfill, Head of Research di CoinShares.
L’Ethereum è il digital asset più caldo, ecco perché
Prova di forza anche dell’Ethereum scattato oltre i 2.300 dollari con un rialzo di oltre il 10% nelle ultime 24 ore secondo i dati Coindesk. Nonostante la forte risalita delle ultime settimane, L’Ethereum viaggia ancora in calo di oltre il 50% rispetto al suo massimo storico di agosto 2025.
Gli ETF spot Ethereum negli Usa hanno raccolto flussi per oltre 160 milioni di dollari la scorsa settimana, segnando i loro flussi settimanali più forti dalla metà gennaio. Un assist importante è arrivato dall’arrivo sul mercato dell’ETF Ethereum staking, targato Blackrock, che paga un rendimento e ha già registrato oltre 45 milioni di dollari di afflussi nei suoi primi due giorni di negoziazione. Inoltre, nelle ultime due settimane BitMine, la maggiore società tra quelle che fanno tesoreria di Ethereum, ha acquistato quasi 122.000 ETH per un valore di circa 280 milioni di dollari.
Ray Dalio: quella per lo Stretto di Hormuz è “la battaglia finale”
Sui mercati si guarda con forte attenzione alla riunione Fed (annuncio tassi atteso domani sera) e all’escalation di tensioni geopolitiche. Per il miliardario e fondatore di Bridgewater Associates, Ray Dalio, la posta in gioco nella guerra in Iran va ben oltre il prezzo del greggio e la faida dell’amministrazione Trump con i suoi alleati. In un post su X, Dalio ha definito lo stallo in Medio Oriente una “battaglia finale” per la credibilità americana.
Se l’Iran riuscisse a mantenere il controllo – o anche solo la capacità di minacciare il traffico nello Stretto di Hormuz – gli Stati Uniti verrebbero percepiti come sconfitti, indipendentemente da eventuali accordi formali. Questo perché, nella lettura storica di Dalio, la perdita del controllo di una rotta commerciale strategica è spesso il segnale di declino delle grandi potenze, paragonabile a episodi come la crisi di Suez per il Regno Unito.
“Gli effetti diretti e indiretti di questa battaglia si propagheranno in tutto il mondo, influenzando i flussi commerciali, i flussi di capitale e gli sviluppi geopolitici con Cina, Russia, Corea del Nord”, ha scritto Dalio che sostiene che qualsiasi risultato al di non essere un controllo completo dello stretto dagli Stati Uniti sarebbe visto come una sconfitta, danneggiando la posizione dell’America come superpotenza militare.
In altre parole, il rischio non è solo geopolitico ma anche finanziario: una perdita di fiducia nella leadership Usa potrebbe tradursi in minore domanda per il debito americano e in un indebolimento strutturale della valuta Usa, soprattutto in un contesto già segnato da elevato indebitamento.
Al contrario, un controllo efficace dello stretto rafforzerebbe il ruolo egemone degli Stati Uniti, consolidando la fiducia internazionale nel dollaro e nell’ordine economico costruito nel dopoguerra. Il punto centrale della tesi di Dalio è quindi che questo conflitto rappresenta una sorta di “stress test” dell’egemonia americana: non tanto per l’esito militare in sé, quanto per la percezione globale di forza o debolezza che ne deriverà.