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Ansia da lockdown tramortisce prezzi petrolio: WTI crolla del 3% bucando quota $40

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Petrolio vira in territorio negativo, scontando la paura di nuovi lockdown nel mondo, a causa della seconda ondata di contagi da coronavirus COVID-19 che sta interessando diversi paesi europei, ma non solo. L’avversione al rischio colpisce i mercati finanziari, in particolare l’azionario mondiale.

In Francia si sono registrati oltre 22.000 nuovi casi di Covid e il presidente Emmanuel Macron ha annunciato che a partire da sabato verrà imposto il coprifuoco (dalle 21.00 fino alle 6.00 del mattino) in nove città del paese, tra cui Parigi, per cercare di limitare la diffusione della pandemia.

L’Italia per la prima volta dall’inizio dell’emergenza sanitaria va oltre i 7mila contagi giornalieri (a fronte di tamponi record pari a 150mila) e il premier Conte ieri non ha escluso l’eventualità di un nuovo lockdown.

Anche la Germania presenta nuovi contagi record (6.600) e la cancelliera tedesca Angela Merkel ha detto che serviranno nuove misure restrittive. Nuove limitazioni sono scattate anche nel Regno Unito.

I prezzi del petrolio tornano a riconfermarsi tra le vittime più colpite dalla crisi in corso: il calo è scatenato dai timori sulla mancata ripresa della domanda, a causa del rallentamento temuto dell’economia globale.

I prezzi del contratto WTI scambiato a New York crollano di oltre -3% a $39,74 al barile, mentre il Brent soffre una caduta di quasi -3% a $42,06 al barile.

I cali sono limitati dai dati diramati dall’American Petroleum Institute, che hanno messo in evidenza un calo delle scorte Usa di petrolio crude, di benzina e distillati nella settimana terminata lo scorso 9 ottobre.

In particolare, le scorte di crude sono scese di 5,4 milioni di barili, mentre quelle di distillati sono diminuite di 3,9 milioni di barili.

I cali sono stati quasi il doppio rispetto alle attese degli analisti intervistati da Reuters.

Jeffrey Halley, analista senior dei mercati della divisione Asia-Pacifico di OANDA, ha commentato la notizia facendo notare che “gran parte delle flessioni è stata provocata dagli effetti dell’uragano Delta, in particolare dalla chiusura della produzione di petrolio Usa nel Golfo del Messico. Si tratta dunque di effetti transitori”.