Agosto in Borsa, Piazza Affari parte bene ma c’è “la trappola del Ferragosto”
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Per le Borse europee la settimana appena passata è stata una settimana di rialzi: con l’entrata in vigore del nuovo pacchetto di tariffe Usa in molti si aspettavano cali importanti, come era avvenuto con gli altri dazi, e invece piazze come Madrid e Milano hanno visto una crescita consistente. L’Ibex ha registrato un +4,94%, mentre il Ftse Mib un +2,28%.
Ma il dato più interessante non è tanto la forza dei rialzi, quanto la loro persistenza: le due piazze, infatti, hanno inanellato tutte le sedute della settimana in territorio positivo, una rarità nei principali listini globali.
“Il merito va soprattutto ai titoli finanziari, tornati in auge sia per la qualità degli utili che per la capacità di attrarre flussi. Ma proprio qui, quando l’euforia sembra voler scalzare la razionalità, la storia suggerisce cautela”, spiega Gabriel Debach, market analyst di eToro.
La storicità di agosto
Ma al di là dei rialzi della scorsa ottava, entriamo un po’ nella sfera della statistica. Agosto è sempre stato un mese particolare per gli investimenti in azioni, visto che nelle serie storiche molto spesso ha visto cali in Borsa e molto raramente il mese o le settimane si sono chiuse con dei rialzi. Per il momento le statistiche vengono battute, visto che questo mese è partito con un +2,28%. Ma la settimana di Ferragosto è quella clou.
Basta guardare ai dati raccolti negli ultimi dieci anni: stando ad eToro, la trentatreesima settimana (quella che oggi prende il via) ha visto il Ftse Mib chiudere in positivo solo nel 30% dei casi. La probabilità di successo è tra le più basse di tutto il calendario settimanale. “È il classico esempio di “rischio senza rumore”: quando il mercato sembra fermo e scarico, spesso basta poco per innescare ribassi diffusi – spiega Debach -. Ferragosto non porta solo caldo, ma anche rischi di oscillazioni amplificate e movimenti di prezzo che rispondono più all’inerzia dei pochi operatori attivi che a una reale presa di posizione sul quadro macro”.
Perché investire in agosto può essere rischioso
Molti investitori guardano con cautela al mese di agosto, considerandolo un periodo poco favorevole per nuovi ingressi sui mercati, soprattutto se l’orizzonte è di breve termine.
La ragione principale è la bassa liquidità: con molti operatori in ferie, gli scambi si riducono e i prezzi diventano più sensibili a movimenti improvvisi, amplificando la volatilità. In questo contesto, anche notizie di portata limitata, come dati macroeconomici o eventi geopolitici, possono generare oscillazioni marcate. A questo si aggiunge un fattore di stagionalità: le statistiche mostrano come agosto, in particolare in Europa, abbia spesso registrato performance modeste, complice la tendenza degli investitori istituzionali a realizzare profitti prima della pausa estiva. Non va trascurato nemmeno l’effetto psicologico, con molti investitori retail meno attenti al monitoraggio delle proprie posizioni.
Tutti questi elementi, combinati, fanno sì che il mese sia percepito come insidioso per operazioni tattiche a breve termine, pur restando irrilevante per chi adotta strategie di lungo periodo basate sui fondamentali.
La situazione negli Usa
Guardando oltreoceano, lo S&P 500 chiude la settimana a +2,43%, vicino ai massimi storici, ma il rally resta trainato quasi esclusivamente dalle “Magnifiche 7”, responsabili di quasi tutto il progresso mensile. La stagione delle trimestrali mostra però solidità: oltre l’80% delle società ha battuto le stime, con utili in crescita del 13,2% su base annua e ricavi a +6,2%, spinti soprattutto da tecnologia e comunicazioni. Le valutazioni restano elevate (P/E forward 22,4x), richiedendo selettività.
In Europa, la earning season è più debole: utili attesi a +3,1% (6,4% senza energia) e ricavi in calo del 2%, con meno della metà delle aziende ha superato le attese sui ricavi. La tecnologia (+26,1%) e il settore finanziario (+11%) compensano parzialmente le difficoltà di comparti ciclici ed energia, mentre il P/E a 14,2 volte offre uno sconto relativo rispetto agli Usa.