Notizie Notizie Mondo Oltre il “Sell in May”: le cinque lezioni che i mercati continuano a insegnare agli investitori secondo Aberdeen Investments

Oltre il “Sell in May”: le cinque lezioni che i mercati continuano a insegnare agli investitori secondo Aberdeen Investments

26 Maggio 2026 12:10

Con l’avvicinarsi dell’estate torna puntualmente uno dei motti più noti dei mercati finanziari: “Sell in May and go away, and come back on St. Leger’s Day”. L’idea alla base del proverbio è semplice: uscire dai mercati a maggio per evitare mesi storicamente più deboli e tornare a investire in autunno.

Secondo Aberdeen Investments, tuttavia, affidarsi esclusivamente al calendario rischia di far perdere di vista i fattori che incidono davvero sui rendimenti nel lungo periodo. In una nuova analisi, la società individua cinque insegnamenti che gli investitori tendono a dimenticare nei momenti di volatilità e incertezza.

Il reddito resta un elemento centrale dei rendimenti

Il primo punto riguarda il ruolo del reddito generato dagli investimenti. Nei periodi in cui i mercati si muovono lateralmente o crescono lentamente, dividendi e cedole obbligazionarie possono rappresentare una componente decisiva della performance complessiva di un portafoglio. Aberdeen Investments ricorda che, nel lungo periodo, i dividendi hanno contribuito a circa un terzo del rendimento totale dell’indice S&P 500. Questo significa che il total return non dipende soltanto dall’apprezzamento dei prezzi, ma anche dai flussi di reddito generati nel tempo dagli investimenti.

Secondo la società, mantenere in portafoglio strumenti in grado di produrre reddito può contribuire a rendere i ritorni più stabili e ad attenuare le oscillazioni durante le fasi di maggiore volatilità.

I mercati recuperano spesso prima della fiducia degli investitori

Il secondo insegnamento riguarda il comportamento degli investitori dopo le correzioni di mercato. Aberdeen osserva che, dopo forti ribassi come quelli del 2008 o del 2020, molti operatori hanno liquidato le proprie posizioni nei momenti peggiori, aspettando poi il ritorno di condizioni percepite come “sicure” prima di rientrare.

Storicamente, però, i mercati tendono a recuperare molto rapidamente. L’analisi cita ad esempio quanto accaduto dopo il cosiddetto “Liberation Day” del 2 aprile 2025, quando l’annuncio dei dazi provocò un forte calo dei listini globali. I mercati toccarono il minimo l’8 aprile, ma recuperarono rapidamente tornando sui massimi precedenti entro il 2 maggio 2025.

Per Aberdeen Investments, il messaggio è chiaro: nel lungo termine, restare investiti è generalmente più importante che cercare il momento perfetto per entrare o uscire dal mercato.

La concentrazione del rischio può diventare invisibile

Un altro tema evidenziato riguarda la concentrazione degli investimenti. I mercati, sottolinea Aberdeen, attraversano periodi in cui un Paese, un settore o uno stile di investimento domina la scena, dando l’impressione di rappresentare una scelta inevitabile.

Negli anni Ottanta fu il Giappone a rappresentare quasi metà del mercato azionario globale, mentre alla fine degli anni Novanta furono i titoli tecnologici a trainare i listini. Oggi, l’attenzione è concentrata sulle cosiddette “Magnificent Seven”, le grandi società tecnologiche statunitensi che rappresentano da sole circa il 20% dell’indice azionario globale. Per la società di investimento, questa concentrazione ricorda quanto la diversificazione resti fondamentale, soprattutto quando una parte del mercato appare “inarrestabile”.

L’inflazione cambia le dinamiche dei mercati

Il quarto punto riguarda l’impatto dell’inflazione. Aberdeen Investments sottolinea come le fasi di forte crescita dei prezzi – dagli anni Settanta fino al 2022 e agli sviluppi più recenti – abbiano dimostrato che le relazioni tradizionali tra le asset class possono interrompersi.

Nel 2022, ad esempio, sia azioni sia obbligazioni registrarono forti perdite contemporaneamente: l’indice S&P 500 chiuse l’anno in calo di circa il 18%, mentre il Bloomberg US Aggregate Bond Index perse circa il 13% in valuta locale. Secondo Aberdeen, questo scenario evidenzia l’utilità di portafogli maggiormente diversificati, con esposizioni anche a infrastrutture e asset reali, capaci potenzialmente di reagire meglio ai cambiamenti del contesto inflazionistico.

Anche i beni rifugio possono essere volatili

L’ultima lezione riguarda i cosiddetti beni rifugio. Le recenti tensioni geopolitiche in Medio Oriente, che hanno spinto al rialzo i prezzi del petrolio e le aspettative di inflazione, hanno mostrato come anche gli asset tradizionalmente considerati difensivi possano attraversare fasi di forte volatilità.

Aberdeen cita il caso dell’oro, storicamente percepito come riserva di valore nei momenti di crisi. Pur mantenendo questo ruolo nel lungo periodo, il metallo prezioso può registrare movimenti molto bruschi nel breve termine. Alla fine di marzo 2026, ad esempio, l’oro ha perso quasi l’11% in una sola settimana, segnando uno dei ribassi più marcati degli ultimi decenni. La conclusione dell’analisi è che “difensivo” non significa “privo di rischio” e che affidarsi a un’unica copertura può non essere sufficiente nei momenti più complessi.

Katie Trowsdale, Head of Multi-Asset Solutions di Aberdeen Investments, ha commentato: «I detti di mercato come “Sell in May” sono facili da ricordare e rassicuranti nella loro semplicità, soprattutto nei periodi di incertezza. Ma la storia suggerisce che il successo degli investimenti a lungo termine è stato raramente determinato dal seguire il calendario. Piuttosto, è derivato dal mantenimento della diversificazione, dal restare investiti attraverso i cicli di mercato e dall’adattarsi ai cambiamenti delle condizioni economiche».

Secondo Trowsdale, i mercati hanno dimostrato più volte che reddito, diversificazione e pazienza tendono a contare più del market timing tattico, mentre anche i beni rifugio possono comportarsi in modo imprevedibile nei momenti di stress.