Notizie Notizie Mondo Fed, un solo taglio dei tassi nel 2026. Il percorso di politica monetaria resta incerto

Fed, un solo taglio dei tassi nel 2026. Il percorso di politica monetaria resta incerto

9 Aprile 2026 12:19

La Federal Reserve si trova a fare i conti con un equilibrio sempre più delicato tra inflazione e crescita. Dai verbali della riunione del 17-18 marzo emerge come un numero crescente di funzionari tema che il conflitto in Iran possa riaccendere le pressioni sui prezzi, al punto da non escludere, in prospettiva, anche un ritorno ai rialzi dei tassi.

Il documento pubblicato a Washington mette in evidenza un quadro ancora incerto, con i membri del Federal Open Market Committee divisi tra scenari molto diversi per l’economia statunitense e chiamati a valutare risposte di politica monetaria tutt’altro che lineari. La maggior parte dei funzionari teme che una guerra prolungata possa danneggiare il mercato del lavoro e richiedere tassi più bassi. Allo stesso tempo, molti sottolineano i rischi al rialzo per l’inflazione, che potrebbero rendere necessario un aumento dei tassi.

Tra i membri più sensibili al rischio inflazione si è fatto strada anche il tema di una comunicazione più esplicita sulla possibilità di nuovi rialzi dei tassi, qualora il percorso dei prezzi dovesse restare lontano dall’obiettivo della banca centrale. Dai verbali emerge infatti che una parte del Comitato ha ritenuto opportuno lasciare aperta, già nel comunicato post-riunione, anche l’ipotesi di un irrigidimento della politica monetaria. Un segnale che non rappresenta una novità assoluta rispetto a gennaio, ma che questa volta appare sostenuto da un gruppo più ampio di partecipanti.

Il peso del conflitto sul quadro macro

La riunione della Fed si è tenuta a meno di tre settimane dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, in un contesto segnato dal rialzo dei costi energetici globali. Una dinamica che, da un lato, ha riacceso le pressioni inflazionistiche e, dall’altro, ha aumentato i timori per un rallentamento della crescita.

In questo scenario diversi membri della banca centrale hanno preferito mantenere un atteggiamento prudente, lasciando invariati i tassi in attesa di valutare gli effetti economici della crisi. A rendere il quadro ancora più incerto è intervenuto l’annuncio di Donald Trump su un accordo di cessate il fuoco con l’Iran e sull’avvio di colloqui diretti in Pakistan, letto dai mercati come un parziale allentamento delle tensioni. Ma gli scontri sporadici nella regione e le accuse iraniane di violazione dell’intesa hanno subito mostrato quanto la tregua resti fragile.

Sullo sfondo pesano poi i dubbi sulla riapertura in sicurezza dello Stretto di Hormuz, mentre centinaia di mercantili restano ancora bloccati nel Golfo.

Fed tra tassi, lavoro e rischio inflazione

Nelle proiezioni diffuse dopo la riunione di marzo, la Federal Reserve ha confermato l’ipotesi di un solo taglio dei tassi nel 2026, in linea con le indicazioni fornite a dicembre, mentre i mercati continuano a mostrare cautela sull’ipotesi di un allentamento già quest’anno.

Dai verbali del FOMC emerge un quadro ancora complesso. I membri del Comitato hanno rilevato che l’inflazione resta sopra il target del 2% e che negli ultimi mesi il percorso di rientro non ha mostrato progressi convincenti. A pesare sono soprattutto la tenuta dei prezzi core, l’effetto dei dazi e il recente rialzo del petrolio legato alle tensioni in Medio Oriente, che rischia di rallentare ulteriormente il ritorno verso l’obiettivo della banca centrale. A conferma di queste preoccupazioni, i verbali segnalano che la “stragrande maggioranza” dei funzionari ritiene che possa servire più tempo per riportare l’inflazione all’obiettivo del 2% fissato dalla Fed.

Sul fronte macroeconomico, l’attività Usa continua a mostrare una crescita solida, sostenuta dalla resilienza dei consumi e dagli investimenti, in particolare nel comparto tecnologico e nei progetti legati all’intelligenza artificiale. Il mercato del lavoro, però, viene guardato con maggiore cautela: se da un lato la disoccupazione resta stabile, dall’altro la debole creazione di nuovi posti e alcuni segnali di raffreddamento nelle assunzioni alimentano i timori di un possibile indebolimento nei prossimi mesi.

In questo contesto, la Fed ha scelto di lasciare invariati i tassi nell’intervallo compreso tra il 3,5% e il 3,75%, sottolineando che l’incertezza resta elevata e che gli sviluppi geopolitici aggiungono nuovi elementi di rischio. Il messaggio che arriva dai verbali è chiaro: la banca centrale non considera il percorso della politica monetaria già definito. Se da una parte un deterioramento del mercato del lavoro potrebbe giustificare futuri tagli, dall’altra un’inflazione più persistente, alimentata dall’energia, potrebbe riaprire anche lo scenario di nuovi rialzi.