Notizie Notizie Mondo BRI: il trading FX globale raggiunge $9,6 trilioni al giorno

BRI: il trading FX globale raggiunge $9,6 trilioni al giorno

Pubblicato 1 Dicembre 2025 Aggiornato 4 Dicembre 2025 10:17
 © Fonti societarie

L’ultima indagine triennale delle banche centrali sui mercati dei cambi e dei derivati OTC (Over-The-Counter) su valute e tassi di interesse pubblicata dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) ha mostrato un forte aumento dei volumi giornalieri nel mercato delle valute, che ad aprile 2025 hanno raggiunto una media di 9,6 trilioni di dollari al giorno. Secondo i dati più recenti, questo rappresenta una crescita del 28% rispetto ad aprile 2022, con il dollaro USA che resta la valuta dominante, essendo presente nell’89% di tutte le transazioni del Forex.

Tra il report del 2022 e quello del 2025 sono risultati cambiamenti importanti. Le categorie in maggiore crescita sono state il trading spot e gli out-right forward, mentre gli swap hanno perso terreno pur mantenendo la quota principale del volume giornaliero.

Nel frattempo, le opzioni sono più che raddoppiate, perché molti investitori hanno cercato protezione durante le recenti tensioni sui dazi e i cambiamenti nelle aspettative sui tassi d’interesse.

Londra resta la capitale globale del forex

Con oltre 4,75 trilioni di dollari di fatturato medio giornaliero, Londra rimane il principale centro mondiale per il trading valutario. Il report mostra che la città detiene il 37,8% dell’attività globale – ancora ben davanti ad hub finanziari come Tokyo e New York.

Justin Grossbard, co-fondatore di CompareForexBrokers, spiega perché Londra resta l’hub finanziaria globale, “Il predominio di Londra era previsto. Qui trovi una grande concentrazione di banche market-maker che beneficiano della posizione perfetta del fuso orario della città, capace di collegare i flussi FX di Asia, Europa e New York.”

Negli Stati Uniti, New York ha rafforzato i collegamenti tra i pool di liquidità americani ed europei. I dealer hanno segnalato un forte aumento di operazioni di hedging su dollaro/yen e dollaro/peso, causato dalle divergenze tra le politiche delle banche centrali.

In Asia, Singapore e Hong Kong hanno continuato ad espandersi. Singapore in particolare ha registrato livelli record negli NDF (non-deliverable forward), contratti usati per speculare o coprire il rischio su valute non liberamente convertibili. Tra le valute più attive: rupia indiana e yuan cinese.

Come è andata l’Italia dal 2022

L’Italia ha seguito una dinamica simile al resto del mondo, con un aumento significativo nei volumi giornalieri. Il fatturato tra FX e derivati OTC (Over The Counter) ha superato i 480 miliardi di dollari ad aprile 2025, rispetto ai 380 miliardi registrati ad aprile 2022 secondo la Banca d’Italia.

L’aumento dei volumi dimostra che le istituzioni italiane stanno usando il mercato forex per gestire meglio i flussi di cassa internazionali e l’incertezza sui tassi.

Invece di difendersi dalla volatilità, molti asset manager stanno iniziando a sfruttarla, utilizzando il mercato delle valute per ottenere rendimento e esposizione alla liquidità tra diverse valute.

Nel complesso, la BIS ha segnalato che i clienti non finanziari (inclusi i trader retail) sono scesi dal 6% al 5% ad aprile 2025. Questo calo potrebbe derivare dall’incertezza dei mercati e dalle regole più rigide della CONSOB.

Il dollaro rimane in cima nonostante la volatilità

Anche con il recente indebolimento del dollaro USA e l’incertezza sulle politiche statunitensi, BRI conferma che la valuta resta dominante, comparendo nell’89% delle posizioni. La BIS aggiunge che molti asset manager esposti al dollaro hanno dovuto limitare ulteriori perdite a causa della sua svalutazione. Per farlo, però, hanno aumentato l’uso dei contratti a termine (contratti forward), bloccando i tassi per proteggersi dal problema.

Euro e yen restano le valute più scambiate dopo il dollaro, comparendo rispettivamente nel 28% e 16% delle posizioni del forex. La sterlina britannica, invece, è tra le valute “perdenti”: Bri riporta un calo del 10,2%, giù dal 13%, segnando il livello più debole da oltre dieci anni.