Lagarde il mantra sui tassi: “siamo in una buona posizione”. Occhi su meeting ottobre
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La Banca centrale europea (Bce) è ben posizionata per affrontare gli shock futuri. Lo ha detto la presidente della Bce Christine Lagarde, sottolineando che i rischi alla crescita e all’inflazione sono più bilanciati. E che quello che si prevedeva un anno fa (euro debole) non si è realizzato.La presidente ribadisce alla platea del Fmi la necessità di rimuovere barriere commerciali (“il commercio è innovazione”) e l’importanza di un mercato unico dei capitali.
Quanto alla politica sui tassi, Lagarde ha ribadito la propria posizione (“siamo ben messi”), ma sul futuro non c’è una visione unica. Occhi puntati al 29-30 Ottobre per la riunione del Consiglio direttivo della BCE quando la Banca d’Italia ospiterà a Firenze il meeting di politica monetaria dell’istituzione.
Il discorso
“Il peggio non è sempre certo, e siamo rimasti sorpresi dal lato positivo. Un anno fa avevamo anticipato un botta e riposta sui dazi, ci aspettavamo un deprezzamento dell’euro e un apprezzamento del dollaro ma è accaduto il contrario”, ha detto Lagarde osservando che i rischi alla crescita e all’inflazione sono ora più bilanciati. Siamo al 2% di inflazione che era il nostro obiettivo e al 2% di tassi di interesse. La Bce è ben posizionata per affrontare gli shock futuri. E shock futuri ci saranno, in che direzione”, nessuno può dirlo.
Sul fronte dei dazi, “l’incertezza ha spinto l’Ue ha significativi investimenti e a un’accelerazione delle trattative con altri partner, anche in Asia, ha aggiunto Lagarde sottolineando che in Europa “c’è una spinta in due direzioni: abbiamo il mercato interno più grande ma con barriere e confini. Ora c’è la spinta a rimuovere le barriere. La seconda direzione è l’union del mercato dei capitali”, così da poter essere più attraenti all’estero. “Il commercio è un fattore di innovazione. Se freniamo il commercio ci facciamo del male sul fronte dell’innovazione e della produttività”, ha aggiunto.
L’inflazione
I responsabili politici a margine della riunione annuale del Fmi hanno espresso però pensieri non allineati sul futuro.
Alcuni hanno avvertito che i rischi di inflazione sono più orientati al ribasso e hanno sostenuto che un taglio dei tassi è la mossa successiva più probabile. Altri hanno espresso preoccupazione che le pressioni sui prezzi possano rivelarsi più forte del previsto. In particolare, l’economista capo Philip Lane si è attenuto alla sceneggiatura su come la politica sarà impostata guardando al futuro. “Dipendente dai dati, riunione per riunione” ha detto, sposando la linea ufficiale della Bce.
Joachim Nagel, membro del Consiglio direttivo dalla Germania, ha detto di sentirsi “a proprio agio dove siamo, sono aperto a cambiare qualcosa. Ma per il momento direi che va bene dove siamo.” Francois Villeroy de Galhau, membro del Consiglio direttivo di Francia ha aggiunto che “un taglio dei tassi è più plausibile, più probabile di un aumento dei tassi”.
A temere pressioni sui prezzi è Gabriel Makhlouf, membro del Consiglio direttivo dall’Irlanda: “Mi concentro di più sulle pressioni che spingeranno l’inflazione piuttosto che sulle pressioni che ridurranno la crescita”, ha detto in un’intervista. “Su questo, sono più preoccupato che saremo sopra che sotto al 2%.”
Il monito Fmi
In parallelo mercoledì il Fondo Monetario Internazionale ha ricordato come per alcuni Paesi del G7, tra cui Stati Uniti, Francia e Italia, sia necessario il consolidamento fiscale. “Guardando al gruppo dei sette – ha detto la direttrice, Kristalina Georgieva – abbiamo da un lato gli Stati Uniti, cosi’ come la Francia e l’Italia, dove e’ necessario un consolidamento fiscale”. “La buona notizia – ha aggiunto – e’ che tutti riconoscono questa necessita’”.
Sul fronte dei dazi “che sono ferite autoinflitte, su 191 membri del Fondo Monetario Internazionale, 188 hanno detto ‘no grazie’. E noi incoraggiamo tutti a fare lo stesso”, ha aggiunto invitando i paesi con forti surplus esterni, come la Cina, a puntare maggiormente sui consumi interni rispetto alle esportazioni, mentre quelli con forti deficit – come gli Usa – dovrebbero ridurli.