Il boom dei Panda bond: a banche, stati e multinazionali conviene finanziarsi in Cina
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Il mercato delle obbligazioni cinesi, attraverso l’emissione dei cosiddetti “Panda bond” si sta rivelando una sponda molto conveniente per gli investitori internazionali, alle prese con tassi di interesse su una traiettoria certamente non espansiva in occidente.
Grazie al bassissimo costo del denaro in Cina il ricorso a questo strumento, che permette a istituzioni straniere di emettere obbligazioni in yuan e venderle sul mercato cinese, è in vertiginoso aumento.
Questo è allo stesso tempo la convalida della strategia di Pechino per far salire lo yuan ad un gradino più alto nella scala di prestigio internazionale.
Dal governo pakistano a Morgan Stanley e VW: emissioni in crescita dell’80%
Come riporta Cnbc l’emissione di Panda bond è aumentata nettamente quest’anno e gli emittenti esteri annoverano governi nazionali come quello del Kazakistan e del Pakistan, nomi storici della finanza come Morgan Stanley e Deutsche Bank e aziende come Volkswagen e Henkel.
L’emissione di Panda bond è stata molto solida negli ultimi anni, toccando il picco nel 2024, con il record di 197,8 miliardi di yuan, mentre nel 2025 l’emissione complessiva è stata di 183,1 miliardi, secondo dati raccolti da Moody’s.
Nella seconda settimana di giugno di quest’anno, il livello aveva già superato i 137,1 miliardi, un aumento dell’80,4% rispetto all’anno scorso. In maggio l’emissione è stata di 26,64 miliardi, un record per quel mese, secondo Fareast Credit Rating.
Il denaro in Cina costa poco, finanziarsi sotto il 3% è possibile
L’appeal dei Panda bond è molto chiaro: il denaro in Cina costa poco mentre in occidente costa sempre di più.
La Federal Reserve proprio ieri ha lasciato i tassi invariati ad un livello elevato e ora le previsioni vedono almeno un aumento entro fine anno, la BCE da parte sua ha già aumentato i tassi la settimana scorsa. In Cina, il rallentamento dell’economia ma soprattutto una politica monetaria accomodante sta mantenendo i tassi di interesse ad un livello storicamente bassissimo.
Secondo stime degli analisti molti emittenti esteri riescono a raccogliere finanziamenti in yuan con cedole inferiori al 3%, un costo molto inferiore a simili prestiti in dollari.
“Vediamo il fattore chiave nel divario di tassi di interesse: finanziarsi in yuan è molto più economico rispetto ai dollari americani”, ha dichiarato Moody’s Ratings a Cnbc.
Secondo Moody’s, le banche straniere che emettono Panda bond possono finanziarsi a tassi che vanno dall’1,7% al 2,2%, contro un range che va dal 4,5% al 5,5% sui mercati in dollari. I risparmi sugli interessi sono dai 2 ai 3 punti percentuali.
Lo yuan come lo yen di una volta?
Il ruolo di valuta debole che offre vantaggi di finanziamento è stato interpretato dallo yen giapponese per decenni.
“Sostanzialmente è la vecchia idea dello yen”, ha detto Alicia Garcia Herrero, capo economista per l’Asia-Pacifico di Natixis. “Sono finanziamenti a basso costo”.
Stando alle stime di Moody’s gli emittenti puramente stranieri di Panda bond, ovvero enti e aziende che hanno attività e produzione principalmente fuori dalla Cina, hanno rappresentato quasi la metà del volume emesso quest’anno. Grandi banche, enti sovrani e grandi multinazionali sono i principali emettitori. “Le banche di Wall Street stanno aumentando la quantità di prestiti raccolti in yuan per sostenere il crescente utilizzo dello yuan nel regolamento degli scambi commerciali internazionali”, ha affermato Dan Wang, direttore per la Cina di Eurasia Group.
Non solo tassi, dietro al successo dei Panda bond la strategia di Pechino
Non sono tuttavia solo i tassi d’interesse ai minimi storici a trainare il boom dei Panda bond. A fare la differenza è anche la svolta geopolitica ed economica di Pechino, decisa a rimuovere lo storico ostacolo dei controlli sui capitali per trasformare la propria valuta in un asset globale.
Il controllo dei capitali rendeva la raccolta di fondi conveniente soprattutto per enti che operavano interamente all’interno dei confini cinesi, mentre oggi le autorità mostrano una flessibilità senza precedenti, permettendo il trasferimento dei proventi all’estero, una mossa strategica che sta attirando l’interesse di emittenti sovrani come appunto il Kazakistan e il Pakistan, e che si inserisce in un mosaico più ampio.
“Prima la Cina non permetteva l’uscita dei capitali”, ha detto Garcia-Herrero. “Ora la Cina è pronta. La Cina vuole davvero internazionalizzare la sua valuta”.
L’ultimo tassello è arrivato ieri, con l’annuncio del Governatore della Banca Popolare Cinese, Pan Gongsheng, di nuove misure che consentiranno alle banche centrali e ai fondi sovrani esteri di accedere alla liquidità in yuan utilizzando i titoli di stato cinesi come collaterale. Un’infrastruttura che viaggia in parallelo con il rafforzamento del CIPS, l’alternativa cinese al circuito di messaggistica interbancaria SWIFT.