Oro, scommesse tassi Fed pilotano il nuovo rally. Lingotto sempre più “scelta strategica”
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La Federal Reserve (Fed) e le aspettative di imminenti tagli dei tassi negli Stati Uniti fanno la gioia dei metalli preziosi, e in particolar modo dell’oro e dell’argento. Il metallo giallo torna ad essere protagonista di questo 2025 sul mercato delle commodity, con una accelerazione che l’ha portato a infrangere un nuovo massimo storico a 3.508,73 dollari l’oncia, superando il picco precedente di aprile. Nuovo massimo del 2025 anche per l’argento a quota 40,85 dollari: il metallo ha così raddoppiato il suo valore negli ultimi tre anni.
Sui mercati si attende ora il rapporto chiave sull’occupazione negli Stati Uniti, in uscita come sempre il primo venerdì del mese, che potrebbe rafforzare l’idea di un mercato del lavoro in rallentamento, supportando ulteriormente l’ipotesi di un taglio dei tassi.
Oro e argento da record, cadono due muri
L’argento ha superato i 40 dollari per la prima volta dal 2011, mentre l’oro ha varcato la soglia dei 3.500 dollari. I rialzi sono sostenuti dalle crescenti aspettative che la Federal Reserve sia pronta a riprendere i tagli dei tassi di interesse, a tre settimane dalla nuova riunione di politica monetaria della banca centrale Usa prevista per il 16-17 settembre.
In attesa del meeting, il rapporto sull’occupazione negli Stati Uniti di venerdì sarà al centro dell’attenzione del mercato. “Si prevede che confermerà un indebolimento del mercato del lavoro, rafforzando la richiesta di tagli“, segnalano gli economisti di ING ricordando che le tensioni tariffarie, insieme ai dubbi sull’indipendenza della Fed e all’indebolimento del dollaro, stanno contribuendo a sostenere i metalli preziosi.
L’argento continua a sovraperformare l’oro, con il rapporto oro/argento che si è ridotto a 85 ieri, in calo rispetto al recente massimo di 104,7 del 24 aprile. “Questo porta il rapporto più vicino alla sua media di lungo termine – rimarcano ancora gli esperti della banca olandese -. L’argento ha registrato un rialzo di oltre il 40% quest’anno, con le partecipazioni in ETF in crescita per il settimo mese consecutivo ad agosto, attestandosi a 806 milioni di once a fine mese”.
Non solo Fed, ecco gli altri driver
Nel complesso, la domanda è spinta dai rischi geopolitici, economici e commerciali globali. Le tensioni tra il presidente Donald Trump e la Fed hanno ulteriormente alimentato le preoccupazioni degli investitori, minacciando la fiducia nell’indipendenza della banca centrale. I metalli preziosi hanno trovato supporto anche a causa della maggior richiesta di ETF e delle preoccupazioni su possibili tariffe statunitensi, dopo che l’argento è stato aggiunto alla lista dei minerali critici di Washington.
“Gli investitori che aumentano l’asset allocation in oro, soprattutto l’avvicinarsi dei tagli dei tassi da parte della Fed, stanno spingendo i prezzi al rialzo”, spiega Joni Teves, strategist di Ubs, ripreso da Bloomberg. “Il nostro scenario base è che l’oro continuerà a raggiungere nuovi massimi nei prossimi trimestri”. E una prospettiva alimentata da “un contesto di tassi di interesse più bassi, dati economici più deboli e una continua elevata incertezza macroeconomica e rischi geopolitici” che “rafforzano il ruolo dell’oro come elemento di diversificazione del portafoglio“.
L’oro e l’argento hanno più che raddoppiato il loro valore negli ultimi tre anni, con i crescenti rischi in ambito geopolitico, economico e commerciale globale che hanno innescato un aumento della domanda di beni rifugio. L’escalation degli attacchi di Trump contro la Fed rappresenta il più recente motivo di allarme per gli investitori, con le preoccupazioni sull’indipendenza della banca centrale che minacciano di minare la fiducia negli Stati Uniti.
Lavoro Usa e non solo, la Fed prepara il primo taglio del 2025
Dati macro in primo piano prima del meeting Fed. La settimana scorsa il mercato si è concentrato sui prezzi Usa, con il Pce core, e questa settimana sposta il radar sul lavoro. Come sottolinea Mark Haefele, chief investment officer di UBS Global Wealth Management, l’indice dei prezzi PCE degli Stati Uniti di luglio è cresciuto in linea con le stime. Pur rimanendo sopra l’obiettivo del 2% della Fed, i dati indicano che le pressioni sui prezzi non stanno accelerando abbastanza da ostacolare i tagli dei tassi, mentre diversi fattori sostengono la possibilità di un allentamento della politica monetaria.
In particolare, evidenzia l’esperto, i dati di luglio mostrano un’inflazione gestibile, un mercato del lavoro più debole potrebbe aprire spazio per nuovi tagli, e i commenti della Fed insieme alla composizione del FOMC segnalano un orientamento rinnovato verso una politica più accomodante. Si prevede che la Fed riprenda i tagli già a settembre, con riduzioni complessive dei tassi pari a 100 punti base nelle prossime quattro riunioni.
Lavoro Usa, il test della settimana
I dati sul mercato del lavoro domineranno l’agenda di questa settimana, con il rapporto JOLTS di mercoledì, i dati sulle buste paga ADP di giovedì e i dati relativi alle nonfarm payrolls a chiudere la settimana. “Un rapporto sull’occupazione più debole potrebbe consolidare le aspettative di un taglio dei tassi, mettendo sotto pressione il dollaro, che è già scambiato al minimo delle cinque settimane, mentre un dato più forte potrebbe indebolire la convinzione del mercato e pesare sui lingotti”, spiega Samer Hasn, Senior Market Analyst di XS.com.
Il tutto dopo le dichiarazioni del presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, che ha abbandonato il tono hawkish utilizzato prima del simposio di Jackson Hole. Secondo il World Gold Council, l’oro ha storicamente mostrato una maggiore sensibilità alle aspettative di politica monetaria relative a Jackson Hole, e quest’anno non fa eccezione.
Hasn aggiunge, però, che al di là dei dati economici, la politica è entrata nell’equazione monetaria con una modalità che non si vedeva da tempo. Il Wall Street Journal osserva che, sebbene un taglio dei tassi a settembre appaia ora altamente probabile, la mossa del presidente Trump di licenziare la governatrice Lisa Cook e di proporre i propri candidati al board della Federal Reserve rischia di destabilizzare il processo decisionale della banca centrale. Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, ha avvertito la perdita dell’indipendenza della Fed sarebbe una questione “molto preoccupante” non solo per gli Stati Uniti, ma anche per l’economia globale, dato il ruolo centrale del dollaro.
C’è poi il mercato azionario e i dubbi che affiorano. “Se l’entusiasmo dovesse ulteriormente raffreddarsi, la combinazione di valutazioni elevate e aspettative eccessive potrebbe innescare una più ampia flessione del mercato, rafforzando la tesi dell’oro come copertura contro l’instabilità finanziaria e come ancora di salvezza in un contesto di incertezza politica”, conclude l’esperto di XS.com.
Oro e azioni corrono insieme: il paradosso che racconta due verità
Una volta c’erano le correlazioni sui mercati, come quella tra oro e azionario. Ora non più. Sembra essere questa la sentenza che arriva osservando le recenti performance di queste due asset class che corrono insieme. “Il metallo giallo, vecchio amico dei risparmiatori, non è più soltanto coperta contro l’imprevisto. È diventato il linguaggio con cui i portafogli parlano di rischio sistemico. La sua funzione di hedge inflazionistico è stata spesso sopravvalutata, ma il suo ruolo di riserva cresce di trimestre in trimestre. È questa la vera trasformazione: da asset tattico a strumento di architettura strategica“, spiega Gabriel Debach, market analyst di eToro.
I flussi confermano la lettura. La survey di Bank of America fotografa liquidità scesa al 3,9%, minimo dal 2021, e trade affollati su Magnificent Seven, oro e short dollaro. È la dimostrazione che il mercato ha rimesso capitale al lavoro, scommettendo su un atterraggio morbido pur con valutazioni tirate. Un equilibrio che funziona finché i dati confermano e la banca centrale non delude.
Le azioni corrono sulla narrativa di un soft landing, trainate dalla tecnologia e dalla discesa dei tassi reali. L’oro sale perché prezza i rischi sistemici, dall’indipendenza delle banche centrali alle fratture geopolitiche, fino alla diversificazione dalle riserve in dollari. Sono due motori che spingono insieme ma per ragioni diverse. Finché il carburante resta abbondante, il volo può continuare. Ma basta una turbolenza per costringere uno dei due a rallentare. Per questo oggi l’oro è meno un grido di paura sull’inflazione e sempre più la dichiarazione di una scelta strategica: protezione, riserva e architettura di portafoglio.