Notizie Notizie Italia Banche di Piazza Affari, ecco a chi farebbe più male il ‘pizzicotto’ di Giorgetti sui buyback

Banche di Piazza Affari, ecco a chi farebbe più male il ‘pizzicotto’ di Giorgetti sui buyback

29 Agosto 2025 09:40

Dopo il tentativo infruttuoso di due estati fa di far passare la tassa sugli extraprofitti delle banche, che in Spagna ha generato per lo Stato in questi anni entrate cospicue (550 milioni nella rata pagata per la prima metà del 2025), il governo riprova a dare un “pizzicotto” – parola ad effetto usata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti – agli istituti tricolori attraverso una tassa sui buyback.

Giorgetti studia il pizzicotto sui buyback

La mossa è allo studio in via XX Settembre e andrebbe a colpire i piani di riacquisti di azioni proprie anche delle società non finanziarie quotate a Piazza Affari. Così come per gli extraprofitti nel 2023, l’ipotesi non trova l’unanimità in seno alle forze che sostengono l’esecutivo.

A fare subito muro, così come 12 mesi fa, è stata Forza Italia per bocca del suo leader, Antonio Tajani. Il ministro degli Esteri ieri in conferenza stampa ha sottolineato come “Le banche devono pagare le tasse come tutti gli altri, ma sono sempre stato per la linea del dialogo, non per la linea delle imposizioni”. “Se si deve chiedere alle banche un contributo», deve essere «come è stato fatto l’anno scorso e non come è stato fatto due anni fa, quando infatti noi abbiamo fatto saltare il blitz sugli extraprofitti”, ha aggiunto Tajani che va in pressing invece per la riduzione dell’Irpef dal 35 al 33% per il ceto medio (redditi fino a 60mila euro).

Forza Italia si mette di traverso

Anche il portavoce di Forza Italia, Raffaele Nevi, ha alzato le barricate sul tema tassa sui buyback: “Forza Italia è stata eletta per diminuire le tasse e non per aumentarle. La nostra ricetta liberale è la stessa che diceva sempre Berlusconi. Con meno tasse c’è più sviluppo, più crescita, più consumi, più occupazione e anche più entrate fiscali per lo Stato”.

Ad oggi non c’è in effetti nessuna proposta concreta sul tavolo, anche se l’eventuale balzello dovrebbe riguardare non solo le banche ma tutte le grandi società di Piazza Affari che effettuano buyback.

Dalle banche nessun commento a riguardo e la stessa Abi non sarebbe stata interpellata e non avrebbe nemmeno discusso delle eventuali ipotesi sul tavolo.

Lato sindacati si è espresso il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, che ha precisato come “nulla potrà essere fatto senza un accordo tra i rappresentanti del settore bancario e il governo. Le banche contribuiscono già in maniera significativa alle questioni sociali e alla lotta contro la povertà. Esse si assumono già le proprie responsabilità”.

In Francia il prelievo è dell’8%, negli States solo dell’1%

Un meccanismo simile di tassazione esiste in Francia, con un’imposizione fiscale dell’8% sul buyback realizzati dalle grandi imprese, cioè quelle con fatturato superiore al miliardo di euro. Mentre negli Stati Uniti dal 2023 è in vigore un prelievo dell’1% sul valore di mercato dei riacquisti di azioni proprie da parte delle società quotate, con alcune eccezioni per riorganizzazioni e piani ai dipendenti. In Olanda invece si è scelto di non procedere, revocando la proposta di una ritenuta del 15%.

Secondo gli analisti del Centro studi di Unimpresa, se l’Italia decidesse di seguire l’esempio di altri ordinamenti, potrebbe adottare diverse strade. Una possibilità sarebbe il modello statunitense, con un’imposta percentuale sul valore di mercato dei buyback, semplice da calcolare e dal gettito prevedibile, ma che richiede di stabilire soglie minime e meccanismi di compensazione per non penalizzare le piccole operazioni. Un’altra ipotesi potrebbe essere quella francese, che colpisce solo i buyback con riduzione del capitale, in linea con l’attuale esclusione prevista dalla Tobin tax.

Chi rischia di più, da Unicredit a Intesa passando anche per le partecipate energetiche

L’attuale fotografia dei piani di buyback delle big italiane vede tre grandi banche (Unicredit, Intesa Sanpaolo e Mediobanca) remunerare i propri azionisti ricorrendo, oltre che al dividendo, al riacquisto delle azioni proprie, con investimenti superiori ai 15 miliardi di euro nell’ultimo biennio. Intesa Sanpaolo ha remunerato i soci con buyback per 1,7 miliardi nel 2024, a valere sui risultati 2023, e sta attuando un programma da 2 miliardi quest’anno. Mediobanca negli ultimi due esercizi ha realizzato buyback per circa 200 e 385 milioni di euro. A spiccare è però Unicredit che ha realizzato lo scorso anno un buyback da 5,6 miliardi a valere sui risultati del 2023 e ne sta portando avanti uno da 5,3 miliardi sull’utile 2024. A conti fatti quindi la mossa di Giorgetti andrebbe a colpire maggiormente proprio la banca che ha dovuto rinunciare alla scalata a Banco Bpm a causa del golden power fortemente voluto dal numero uno di via XX Settembre. 

Acquisti di azioni proprie fatti anche dalla big assicurativa Generali. Al di fuori del settore finanziario le altre grandi società tricolori che ricorrono ai buyback sono le partecipate statali Enel ed Eni, e società industriali quali Stm, Stellantis, Ferrari e Prysmian.