Il petrolio ritraccia dai massimi, ma sullo sfondo rimangono le tensioni
Il barile di petrolio ha abbandonato temporaneamente la pressione sulla soglia di prezzo dei cento dollari, avvicinata nelle scorse settimane. Il Light crude quotato al Nymex di New York è sceso nella seduta di ieri in direzione di area 94 dollari in attesa del vertice dei capi di Stato dei Paesi membri dell’Opec che si terrà a Riyadh questa settimana.
Secondo le attese del mercato l’incontro potrebbe portare a una discussione sulla possibilità di incrementare le quote produttive del cartello dei Paesi produttori. Una decisione verrà tuttavia presa solamente in occasione del vertice ufficiale dell’Opec che si terrà ad Abu Dhabi il 5 dicembre. A ribadirlo con decisione il presidente dell’Organismo nonché ministro del Petrolio degli Emirati Arabi, Mohammed bin Dhaen al-Hamli, in visita nella capitale pakistana Islamabad per siglare un accordo sulla costruzione di un sito di raffinazione.
L’Opec, che detiene una quota pari al 40% dell’output globale di petrolio, sembra tuttavia ancora restio ad accettare la possibilità di un incremento della produzione dopo gli incrementi implementati a partire dal primo novembre. La posizione del cartello è che molta parte del rally messo a segno dal barile a partire dai 69 dollari del mese di agosto sia attribuibile alla speculazione, inseritasi sul mercato per sfruttare l’aumento delle tensioni in Medioriente e i continui allarmi sui rischi di un assottigliamento delle scorte in vista del periodo invernale. Secondo le previsioni dell’International Energy Agency (Iea), la domanda di petrolio dovrebbe crescere a 87,6 milioni di barili al giorno nell’ultimo trimestre dell’anno e l’incremento di 500.000 barili di produzione deciso dall’Opec a settembre non sarebbe sufficiente a garantire da tensioni sugli approvvigionamenti. Una versione contrastata con decisione dal ministro del Petrolio dell’Arabia Saudita, Ali Naimi, secondo il quale l’imperante pessimismo di queste previsioni creerebbe un terreno fertile per la speculazione. In un’intervista rilasciata al Financial Times il ministro ha sottolineato come i progetti di espansione produttiva del proprio Paese porteranno a un incremento delle esportazioni verso il secondo maggiore consumatore globale di oro nero, la Cina, mentre attualmente l’Arabia Saudita sta estraendo 9 milioni di barili al giorno circa contro una capacità complessiva di 11,3 milioni.
In questo momento quindi non sarebbe la carenza di oro nero a determinare l’aumento delle quotazioni del barile, ma i movimenti speculativi. Il che significa che le tensioni potrebbero ritornare a spingere al rialzo il prezzo del petrolio dopo la pausa iniziata ieri. Soprattutto se in Medioriente le acque continueranno ad essere agitate al confine tra Iraq e Turchia e in Iran. Ieri il primo ministro francese Sarkozy e il cancelliere tedesco Merkel in un incontro a Berlino si sono detti pronti a inasprire le sanzioni contro la Repubblica islamica: “La porta del dialogo con Teheran rimane aperta”, ha detto Sarkozy, “ma il tempo lavora contro di noi”.