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Europa (e soprattutto Italia) a rischio deflazione senza un adeguato sostegno da parte della Bce

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“L’Eurozona cresce troppo lentamente e non riesce ad abbattere il proprio indebitamento: senza un adeguato sostegno da parte della Bce, c’è il rischio concreto che accada quello che è successo in Giappone dopo la crisi del 1989-90, cui sono seguiti due decenni di stagnazione e deflazione. Un rischio particolarmente grave per l’Italia, dove l’alto livello di indebitamento del settore finanziario impedisce di dare ossigeno all’economia”. A prefigurare il rischio per l’Europa è John Greenwood, capoeconomista di Invesco.

Incontrando i giornalisti a Milano, Greenwood ha spiegato che, a differenza degli Stati Uniti, che “nell’arco di 3-5 anni torneranno gradualmente a una situazione di crescita sostenibile del Pil”, l’Europa si trova di fronte a tre possibili scenari: il peggiore, anche se meno probabile, è quello di una ricaduta nella recessione a causa di un’ulteriore stretta monetaria e fiscale.

Il più roseo, che prevede una graduale accelerazione verso un potenziale di crescita del Pil dell’Eurozona tra il 2 e il 2,5% l’anno, “appare inverosimile, perché richiederebbe un intervento monetario espansivo che la Bce continua a rifiutare su basi puramente ideologiche”.

Lo scenario più probabile, quindi, è un andamento altalenante, con tassi di crescita prossimi allo zero e il rischio concreto di deflazione, visto che “qualunque sia lo scenario, è pressoché certo che l’inflazione rimarrà estremamente bassa per almeno uno o due anni, a causa della scarsa crescita del Pil e della debolezza della domanda interna. Una situazione che non cambierà finché la politica monetaria e del credito in Europa non cambierà sostanzialmente”.

Per quanto riguarda le economie emergenti, l’economista di Invesco, che è anche consulente dell’autorità monetaria di Hong Kong, ha spiegato che continuerà il deflusso di denaro iniziato nell’estate 2013, a mano a mano che i tassi di interesse Usa riprenderanno a salire: “Saranno necessari ancora uno o due anni perché queste economie tornino a una situazione più stabile e sostenibile. Nel frattempo, esse non saranno in grado né di espandere la spesa interna né di rimodellare significativamente la loro tradizionale impostazione export oriented”, ha concluso la sua analisi Greenwood.
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