Punto dell'Esperto Il petrolio torna protagonista ma occhio alla Cina

Il petrolio torna protagonista ma occhio alla Cina

9 Luglio 2026 10:47

Le notizie non sono affatto buone: le tensioni in Medio Oriente si stanno intensificando, il presidente USA Donald Trump ha dichiarato concluso il cessate il fuoco e la scorsa notte gli Stati Uniti hanno continuato a bombardare l’Iran. Washington ha inoltre revocato il recente allentamento delle sanzioni contro l’Iran, impedendo così al Paese di vendere le decine di milioni di barili attualmente in viaggio via mare; nel frattempo, Teheran ha annunciato l’avvio di un’operazione di rappresaglia “su larga scala” contro le basi statunitensi nell’area del Golfo. Parallelamente, la Russia sta limitando alcune esportazioni di energia per scongiurare carenze interne, a fronte degli attacchi ucraini contro le infrastrutture energetiche russe.

Che mondo meraviglioso

I recenti sviluppi in Medio Oriente hanno ribaltato le prospettive ribassiste a breve termine per i prezzi del petrolio. Il greggio statunitense è salito fino al 13% dal calo della scorsa settimana e sta ora testando al rialzo la soglia dei 75 dollari al barile – nonché la media mobile a 200 giorni – con una probabilità crescente che il prezzo raggiunga e superi quota 80 dollari. Ieri il Brent è stato scambiato brevemente sopra gli 80 dollari al barile. Oggi entrambe le quotazioni sono leggermente in calo, ma i rischi a breve termine rimangono orientati al rialzo.

Tuttavia, l’immediata pressione al rialzo potrebbe essere meno intensa rispetto a quella osservata nelle prime settimane di guerra. In primo luogo, il mercato si è ormai abituato alle tensioni e alle interruzioni nello Stretto di Hormuz. L’effetto sorpresa è molto più contenuto rispetto all’inizio e, di conseguenza, la reazione eccessiva del mercato è più limitata. In secondo luogo, diverse navi hanno già attraversato lo Stretto di Hormuz, consegnando petrolio ai mercati chiave.

Pochi giorni fa, l’Arabia Saudita ha ridotto significativamente il prezzo del proprio greggio per gli acquirenti asiatici, al fine di garantire un rapido assorbimento di milioni di barili. In terzo luogo, negli ultimi tre mesi abbiamo visto il mercato petrolifero passare in un attimo da una carenza di offerta a un’eccedenza; ciò significa che, una volta allentate le tensioni e ripristinato il transito attraverso Hormuz, il flusso di petrolio continuerà. Infine, la Cina sembra disporre di ampie riserve e di una soglia di tolleranza piuttosto alta, avendo atteso settimane prima di iniziare a ricostituire le proprie riserve strategiche; è improbabile che intervenga precipitosamente qualora i prezzi dovessero tornare a salire.

D’altra parte, se le tensioni dovessero protrarsi oltre qualche settimana, la situazione diventerebbe problematica. Non sappiamo di quali riserve petrolifere disponga la Cina né quando la situazione potrebbe precipitare: è un’incognita che genera forte apprensione. In secondo luogo, se l’Iran iniziasse ad attaccare le infrastrutture energetiche dei paesi vicini nel Golfo, i danni a lungo termine potrebbero rapidamente annullare l’attuale eccesso di offerta, riducendo le forniture future. Infine, le riserve petrolifere globali hanno subito una drastica riduzione nei primi tre mesi di guerra, lasciando il mercato con un margine di sicurezza molto più esiguo.

Fed, petrolio e Medio Oriente: stabilità cercasi

Ci troviamo quindi quasi al punto di partenza, ma questa volta abbiamo maturato un’esperienza preziosa su quanto rapidamente la situazione possa ribaltarsi. L’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti dovrebbe spingere Washington a cercare una soluzione rapida per evitare un conflitto prolungato. Non è che agli USA interessi la guerra in sé, ma al Presidente stanno certamente a cuore i prezzi dell’energia in vista del voto di novembre.

I prezzi della benzina negli Stati Uniti sono ancora dell’85% più alti rispetto all’inizio dell’anno, mentre la Federal Reserve (Fed) ha operato un netto cambio di rotta: è passata dall’ipotizzare alcuni tagli dei tassi nel corso dell’anno a prevedere uno o più rialzi. I verbali della Fed pubblicati ieri hanno evidenziato soltanto incertezza tra i membri del FOMC. Non è emersa alcuna linea d’azione chiara; i verbali hanno invece prospettato un’ampia gamma di scenari sull’evoluzione dell’inflazione… ovvio.

A questo punto, nessuno possiede la sfera di cristallo per prevedere le complesse dinamiche geopolitiche del Medio Oriente. In ultima analisi, le politiche monetarie dipenderanno dalla rapidità con cui gli Stati Uniti riusciranno a ripristinare la stabilità nella regione. Buona fortuna.

Rendimenti in rialzo, tecnologia ancora rifugio

I rendimenti obbligazionari globali stanno reagendo al recente balzo dei prezzi del petrolio. Ieri, il rendimento del titolo statunitense a 2 anni ha sfiorato i massimi di giugno, superando la soglia del 4,20%,
mentre il rendimento del Bund tedesco a 10 anni (benchmark di riferimento) è salito di 9 punti base attestandosi al 3,08% e quello del titolo giapponese a 10 anni si sta avvicinando gradualmente alla soglia del 2,90%.

L’aumento dei rendimenti sta pesando sul sentiment di mercato. Ieri, il DAX tedesco e il CAC 40 francese hanno registrato un calo superiore al 2%, mentre il Dow Jones Industrial Average ha perso oltre l’1% con gli investitori che si sono riversati sui titoli del settore energetico per la seconda giornata consecutiva. L’ETF SPDR Energy ha recuperato oltre il 5% nelle ultime due sedute, consolidando i guadagni; al contempo, il Nasdaq 100 ha sovraperformato segnando un rialzo dello 0,27%, grazie agli investitori che hanno cercato rifugio in questo indice a forte componente tecnologica, ritenendo le aziende del settore meno esposte all’aumento dei costi energetici.

A guidare i rialzi sono stati i produttori di chip: Broadcom è balzata di quasi il 5% dopo aver annunciato un accordo da 30 miliardi di dollari con Apple, mentre Nvidia è salita del 3,65% sulla scia delle notizie secondo cui la Cina potrebbe consentire alle aziende di acquistare una quantità limitata dei suoi chip H200. Bloomberg ha evidenziato come la società sia ormai diventata più economica rispetto a molte altre componenti dell’indice S&P 500, come Hershey’s. Il rapporto prezzo/utili (P/E) di Nvidia è infatti sceso a 35 e il rapporto prezzo/vendite è calato sotto quota 20, dopo che il titolo aveva perso quasi il 20% tra metà maggio e l’inizio di giugno; attualmente, registra un calo superiore al 13%.

Di conseguenza, la rinnovata escalation in Medio Oriente potrebbe frenare la rotazione in atto verso i segmenti di mercato non tecnologici; il settore energetico e alcuni dei titoli rimasti indietro negli ultimi mesi potrebbero invece attrarre nuovi flussi di capitale.

IA, chip sotto esame: il mercato dubita della spesa

Detto ciò, affinché i produttori di chip possano registrare un nuovo forte rialzo, è necessario che la spesa per l’intelligenza artificiale rimanga sostenuta, un presupposto che viene però sempre più messo in discussione. In primo luogo, gli investitori iniziano a nutrire preoccupazioni riguardo all’entità di tale spesa, come dimostrato dalla recente emissione obbligazionaria di Amazon: la domanda per l’offerta da 25 miliardi di dollari è stata pari a sole 1,6 volte l’importo emesso, a fronte di una media di circa quattro volte registrata quest’anno per le emissioni di obbligazioni societarie statunitensi di grado *investment-grade*.

In secondo luogo, Hedgeye segnala un rallentamento nella costruzione di data center, un fattore che avrebbe un impatto decisamente negativo sulle prospettive di ricavo future delle aziende impegnate nella realizzazione di infrastrutture per l’IA.

È interessante notare come i deflussi dai titoli tecnologici statunitensi, sudcoreani e taiwanesi abbiano favorito i colossi tecnologici cinesi, i quali negli ultimi sei mesi circa hanno registrato performance inferiori rispetto alle loro controparti globali. Ieri Alibaba ha registrato un balzo del 12% sulla scia di notizie che segnalano un miglioramento delle tendenze per il trimestre conclusosi a giugno.

Tech cinesi a sconto: la convergenza può continuare?

Questa convergenza potrebbe proseguire? È possibile. La Cina ha recentemente varato un piano da 295 miliardi di dollari per finanziare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e i titoli tecnologici cinesi sono scambiati a valutazioni notevolmente più basse rispetto alle controparti globali.

Attualmente, l’indice Hang Seng presenta un rapporto prezzo/utili (P/E) di 12,62 e un rapporto prezzo/vendite di appena 1,39 – sì, proprio 1,39 – mentre il Nasdaq 100 viaggia su un P/E prossimo a 37 (quasi il triplo) e un rapporto prezzo/vendite superiore a 6 (più di quattro volte quello dell’Hang Seng).

La domanda è se i titoli tecnologici cinesi riusciranno a ritrovare slancio.